Bevo un bicchiere di vino. Accendo la tivù.
«I clandestini scatenano la rivolta», dice il
giornalista del tigì, «brucia il cpa di Lampedusa. Un centinaio di tunisini ha
tentato di sfondare i cancelli, ammassato materassi e cuscini nelle stanze e
poi appiccato le fiamme».
«Lo
sai che cosa dice Heidegger dell'uomo?» dice Cleofe, che, come già ho detto, è una gatta parlante.
Butto giù un sorso di vino. Non lo
so.
«Che è infinitamente di più di quel
che sarebbe se lo si riducesse ad essere quello che è», dice.
Sul video scorre un'immagine
vibrante, aerea, ripresa da un elicottero sferzato dal vento. L'ex caserma dei
carabinieri dell'isola, convertita in centro d'accoglienza, divorata dal fuoco:
uno scheletro fumante e senza tetto.
«Preferisco la definizione di Kant»,
dico. «L'uomo come fine dell'azione... la trovi ingenua?».
Cleofe emette un piccolo ringhio.
«Provaci, a metterla in pratica»,
dice.
Guardo le immagini dei clandestini
in tumulto. La loro protesta. Quella capacità di protesta, penso, io, non ce l'ho.
«Hai presente der gemeine Mann?» dice Cleofe.
«No».
«L'uomo comune, come se lo immagina
Sigmund Freud. Colui che pur non appartenendo all'élite intellettuale, comunque
si sforza di analizzare i meccanismi della sua personale alienazione».
La osservo, la gattaccia.
Proprio a me doveva capitare una
gatta filosofa? Non poteva capitarmi una gatta cuoca? Governante? Ricamatrice? Ma proprio a me?
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