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martedì 30 luglio 2013

Gallagher e il tortellino

«Il giornalista gastronomico che dovrai intrattenere sul tortellino è italiano», m’informò Clizia.
«Uhm».
«Un torinese».
«E perché non si arrangia da solo?».
«Mika, mi raccomando. Fammi fare bella figura. Chissà mai che non ci mandi qualche collega danaroso. Incantalo coi tuoi begli occhioni. Fallo sognare». Aggiunse che aspettava l'arrivo di un truccatore brasiliano, ospite nel suo bed and breakfast, in città per la rassegna 'Cosmoprof', la fiera dei cosmetici e profumi.
Il torinese alloggiava al Grand Hotel, l'ingresso che si affaccia sulla strada dello shopping compulsivo.
C'è un flusso di gente, che nei pomeriggi festivi percorre via dell'Indipendenza; in giù diretto alla stazione e indietro di nuovo puntando verso il centro. E poi da capo, un movimento incessante, fino al tramonto. Le vetrine assorbono il fiato di questi passeggiatori, le mani che ci si appoggiano sopra per riconoscere un'offerta speciale.
Una folla che forma un'etnia speciale; massicce catene stampate sul petto degli uomini e minigonne inguinali a fasciare il sedere delle donne. Dove abitino, gli shopper del weekend, dove vadano, quando lasciano la città, non si sa. Max dice che salgono su dai tombini, nelle notti di plenilunio e laggiù fanno ritorno. Li chiama 'i mostri del ciclo di Cthulhu'.
Il rettilineo delle vetrine si interrompe in corrispondenza del Grand Hotel.
Quando arrivai, quel pomeriggio, la passerella che accompagna la scalinata dell'ingresso era affollata da una calca disumana. Fotografi, telecamere, giornalisti, gruppi di adolescenti con indosso la maglietta degli Oasis. I componenti della rockband dormivano là.
Esibii il mio tesserino da guida. Con un inchino, i due uscieri in livrea mossero le pesanti porte vetrate dagli infissi oro.
Entrando nella hall, subito si è investiti da una vampata di aria coloniale. Il lampadario in vetro di Murano getta sull'ambiente una luce sfavillante. Uno scalone ondulato, attraversato dal tappeto di velluto rosso, come se ne vedono in certe scenografie hollywoodiane degli anni Quaranta, sale su ai piani alti. Ma di Rita Hayword, neanche l'ombra. Vomita a terra coppie di obesi turisti americani, in shorts e ciabatte da spiaggia.
Mi sedetti in una delle poltroncine decorate con le iniziali GH, addossate alla parete. Sulla consolle, c'è uno strano soprammobile. Una forma a metà tra vaso e cuore umano, sorretta da un piedistallo. Al centro del tavolo in stile Impero, troneggia un bouquet di orchidee finte al profumo di rosa.
La sala era deserta, tranne che per quattro energumeni, i bicipiti modellati sotto la maglietta siglata STAFF, che stazionavano di fianco all'ascensore e ai piedi dello scalone, di guardia.
Mentre aspettavo il giornalista, sfilai una delle dieci copie gratuite di un quotidiano nazionale e m'immersi nella lettura. Lessi dello sciopero generale proclamato dai sindacati come protesta contro lo sgravio fiscale che la nuova finanziaria riserva ai redditi alti. Finché l'ascensore si aprì e apparve il torinese.
«Scusi il ritardo», disse porgendomi la mano, grassoccia ed esangue. «Quando si viaggia, sono sempre infinite noie. L'inferno sono gli altri, direbbe Sartre».
Non si trattava del solito ragazzotto. Era un uomo sui cinquanta, doppiopetto, baffetti modellati in una sagoma stile Risorgimento. Mi disse subito che non intendeva schiodarsi dall'hotel.
«Detesto camminare, mi perdoni, la fatica fisica. Mi muovo solo per dedicarmi a interviste eccellenti: Paul Bocuse, Heinz Beck, Gualtiero Marchesi. Quando davvero ne vale la pena, mi capisce». Si guardò intorno con aria da padrone. «Ci possiamo senz'altro accomodare laggiù».
Indicava la scrivania laccata che affianca lo scalone.
«…La metto subito al corrente dei miei piani, signorina. Vede, sto scrivendo un libro sull'origine e storia sociale del tortellino, gloria gastronomica della vostra meravigliosa città. Un volume che andrà in stampa a fine anno, per un grande editore».
Fui presa da un attacco di panico. Cara Mika, mi dissi, prima o poi sarebbe successo, e in questo caso, prima del previsto. Che nonostante le assicurazioni di Clizia, l'esperto di gastronomia sarebbe arrivato. E lo avrebbe scoperto, che di suinicoltura intingoli e gourmet, non ne sai un'acca. Che sei una guida gastronomica sì: ma per soldi.
Mi sentii ad un bivio. Alla fine di una carriera mai voluta, costruita sulla menzogna. Fissai la parete davanti. Sopra è dipinta una scena boschereccia, una donna a cavallo e il suo cane. Pensai che la donna si fosse persa.
In quel momento, in cima alle scale, apparve un Gallagher: faccia smunta dietro enormi lenti azzurrine, chioma divisa in ciuffi rigidi sulla nuca. Lo seguivano due bionde dalle labbra sporgenti. Appena si venne a trovare lungo la direttrice dell'ingresso, da fuori si levarono le urla: «Liam! You are the best!».
«Il popolino», disse il giornalista scuotendo la testa. «Ha ciò che si merita, non trova?».
Il Gallagher si tolse gli occhiali da sole. Nel suo sguardo c'era una fredda indifferenza.
«Le rockstar dei giorni nostri», commentò il torinese, «hanno la sfortuna, o la fortuna, a seconda dei punti di vista, di essere sempre la copia di qualcuno. L'originale, purtroppo, è scomparso da tempo... D'altra parte», proseguì, «a chi interessa più l'originale? Mette spavento. E' qualcosa di incomprensibile. Agita le menti. Genera inquietudine… Ecco, io voglio da lei proprio ciò che quel signore laggiù rappresenta. Che lei si concentri, e mi dia lo stereotipo”.
Lo guardai incredula. Lo stereotipo?
«Sì, un resoconto dettagliato delle sciocchezze, corbellerie che circolano sul tortellino e nel mondo ne alimentano la fama. Ciò che la gente vuole sentirsi dire su questa specialità. Per trovarla unica, amarla, scovargli una sua sublime poeticità».
Fantastico, pensai, vuole da me un cumulo di balle.
«Mi sono spiegato?» domandò.
«Certo», dissi, «certamente».
Mi sentii a mio agio, di nuovo nel mio ruolo.
E neppure occorre inventare. L'aneddoto esiste già. La faccenda dell'ombelico, intendo. Una storiella goliardico-erotica, che tutti gli abitanti della città conoscono.
Parla di un giovane garzone di bottega che viene un giorno spedito dal fornaio suo padrone a prendere la farina che serve per impastare il pane.
Il giornalista cominciò a stenografare, euforico: «Benissimo! Vedo che io e lei ci intendiamo alla perfezione!».
«Questo ragazzo si mette in cammino», raccontai, «e raggiunta la casa del fornaio, va dritto nel magazzino, a caccia dei sacchi di farina».
«A piedi», disse il giornalista.
«Be', sì».
«E d'altra parte, in quale altro modo poteva spostarsi un povero figliolo di campagna? Mica c'erano gli Intercity».
«Quando si trova nel magazzino, il ragazzo cerca e non trova nulla»,  proseguii.
«Disorganizzazione».
«Come?».
«Vada pure avanti. Per la sua strada che io la seguo».
«Il giovane sale dunque al primo piano, dove è l'abitazione del fornaio».
In quel momento, girando lo sguardo verso l'uscita, vidi qualcosa precipitare ruzzolando nella hall dell'hotel, planare fin sotto la reception, istantaneo come un bolide. Era un corpo femminile. Una ragazza, piccola e rotonda, t-shirt con sopra scritto OASIS TOUR e sotto, nomi di città europee, date.
«Liam!» strillò agganciando i jeans del Gallagher. «Liam! I love you!».  Li fece scendere e scoprì una striscia di boxer.
Lui, che non era Liam, ma il Gallagher sbagliato, fece un giro su se stesso, pettinandosi. Con mossa istantanea, uno degli energumeni si avvicinò e la staccò. Il Gallagher si tolse la felpa e la lanciò nelle mani di lei.
«Next time I will give you my pants, babe», che la prossima volta, le avrebbe smollato le mutande.
Proseguii nel mio racconto.
«Il giovane garzone cammina in punta di piedi sul pavimento scricchiolante della casa del fornaio, incerto su quale stanza visitare, su dove possono essere custoditi i sacchi di farina».
«’Scricchiolante'», ripeté il giornalista. «Molto bene. Questa parola è un capolavoro di banalità».
Caro torinese, stavo per dirgli, io sono un'impenitente manipolatrice di banalità!
«Tutt'intorno regna un silenzio assoluto, non vola una mosca», raccontai invece. «La casa del fornaio sembra vuota. Finché arrivando in fondo al corridoio, vede una porta…».
Smise di scrivere. Appoggiò il taccuino sulla scrivania, si allentò la cravatta. Da fuori provenivano urla rabbiose. La felpa del Gallagher era stata lacerata. Mille mani cercavano di accaparrarsene un pezzo.
«Scena sublime! Impagabile! Un tempo ci si litigava le reliquie dei santi… Ogni epoca ha le sue santità promesse. I suoi mausolei. Ma mi scusi l'interruzione. Il suo racconto è molto interessante, sa».
«Il garzone si avvicina alla porta», dissi. «Questa è socchiusa. Lui la spinge appena, apre senza far rumore. E cosa vede?».
Il torinese impugnò la penna: «Oh, uno stuolo di fotografi, giornalisti, tecnici del suono…».
«E invece no: vede una donna».
«Ah, naturalmente! Toujours les femmes!».
«E chi era, se non sono indiscreto?».
«La moglie del fornaio».
«Ma certo. E chi altro poteva essere, in quel luogo a quell'ora…».
«Sta dormendo. E' distesa, abbandonata nel letto, i capelli sciolti sul cuscino. Si gira e si rigira tra le lenzuola».
«'Abbandonata nel letto': orrenda espressione!» disse lui stenografando veloce. «Très bien!».
«Sì, è un sonno, il suo, popolato di incubi… Si scopre», raccontai, «le lenzuola scivolano a terra e la camicia da notte si solleva. Il garzone la vede di spalle, poi si volta su un fianco, e il garzone adesso la può vedere frontalmente».
«Mm», disse il giornalista, «era una strega o che cosa?».
«Sulla pancia della donna c'è uno splendido ombelico».
«Apperò! Bene! Super!».
«Il garzone torna a casa. Ma quella notte non riesce a prendere sonno. Per colpa dell’ombelico, che l'ha turbato nel profondo».
«Autoerotismo», disse il giornalista.
«Non riesce a toglierselo dalla testa. Ci pensa e ripensa finché, nel cuore della notte, ecco che il garzone si alza».
«La masturbazione non sempre è soddisfacente».
«Si sente ispirato. Rapito. Inebriato».
«'Inebriato'», ripeté il giornalista scrivendo.
«E inventa questo genere di pasta che nella forma rievoca appunto quella di un ombelico», conclusi.
«E poi?».
«Basta. La storia finisce così».
Ci stringemmo la mano.
«Ha fatto un eccellente lavoro», si complimentò il torinese. «Ma davvero la pagano per raccontare queste stronzate?».
In quel momento, l'ascensore vomitò fuori Liam, il Gallagher giusto. Camicia safari, frangia interrotta dai Rayban.
[dalla Guida gastronomica]

venerdì 19 luglio 2013

Mr Pig

Il TdM, o Tempio della Mortadella, è il luogo nel quale si celebra l'apologia dell'insaccato e della gastronomia che, nel mondo, ha reso famosa la città. Un negozio in continua espansione. Prende nuovi spazi, aggiunge stanze, sempre di più sedimentandosi nel grande palazzo che da sempre lo ospita. Sul fronte dell'edificio si stacca un bovino rampante, lo stemma della corporazione dei macellai. Esplorandolo ci si può immaginare come la carne e i suoi molteplici derivati possano davvero reggere l'equilibrio del mondo.
Di fianco all'ingresso, si siede un frate. Raccoglie offerte e rilascia in cambio un santino. Saluta i turisti chiedendo da quale parte del mondo provengano.
Il re del TdM, o demiurgo dell'insaccato, è Mr Pig: faccia rosa lucido, sulla quale la pelle appare tesa e levigata. La forma del corpo, a imbuto, richiama un mortadellone in taglia XL. Tutti assomigliamo un po' a ciò che amiamo.
La settimana precedente, mi aveva annunciato che stava allestendo una nuova stanza.
«La inauguriamo tra qualche mese. Mettiamo la tavola per tirare la sfoglia. I giornalisti potranno in prima persona lavorare col mattarello e mangiarsi alla fine quello che hanno prodotto. Tu cosa mi consigli?».
«L'importante è che sia gratis».
«Ah, quando c'è da leccarsi le dita, tutto il mondo è paese», aveva convenuto Mr Pig.
Entrammo.
Dopo pochi minuti, il gallese passeggiava beato tra le scansie, come in vacanza premio.
Appena mi vide in compagnia, Mr Pig si defilò. Parlare coi giornalisti non gli piace. L'unico modo per obbligarlo alla conversazione è fargli l'improvvisata; coglierlo mentre sta annusando un culatello appena aperto, depositandolo sull'affettatrice.
«Mr Pig!» lo chiamai. «Questo signore è venuto apposta dalle nebbie del Galles a quelle padane per imparare tutto sui maiali! Che ci racconta qualcosa?».
Lui mi guardò con occhio truce. Poi, annusando l’aria, sorrise.
Perché Mr Pig è sensibile ai complimenti. E vuole che del TdM se ne parli bene e in tutto il mondo; crede alla magia della pubblicità.
«Possiamo fare un'intervista?» domandò il giornalista. 
«Come no!» ripose il demiurgo dell'insaccato, «I English», parlo inglese. «Great!». E non feci in tempo a dirmi disponibile alla traduzione, che  strofinandosi le mani nel grembiule, attaccò: «My uncle open the shop second world war need money no pigs poor people sell mortadella, understand?».
Il giornalista rimase con la biro in mano, interdetto.
«…Sixty per cent fatty meat forty per cent lean meat pigs no believe donkey», proseguì Mr Pig, «understand?».
«E' sempre un piacere ascoltarla, Mr Pig», dissi. «Lei è una delle personalità che più rappresentano la cultura della nostra città. Un portavoce esemplare».
«Vaglielo a spiegare te, agli stranieri, che è tutta una questione di odori», mi sussurrò mentre traducevo al gallese. «Chi ce l'ha il coraggio di dire a questi disgraziati che la mortadella non esiste?».
Il giornalista cominciò a toccarsi lo stomaco. A quel punto Mr Pig disse che si scusava, un impegno reclamava la sua presenza altrove. In questi casi, quando il capo se la fila, è prudente rinunciare allo spuntino a sbafo. Quella volta, però, cogliendo la disperazione nel gorgoglio dello stomaco del gallese, e volendo premiarlo per avermi seguito al museo archeologico, decisi di sfidare la sorte.
Mr Pig stava per rintanarsi, quando azzardai: «Che al nostro amico, gli fa assaggiare un tocchetto della sua specialità?».
Lui si voltò, lo sguardo di chi ti augura di morire di fame.
Vidi il piattino che, con gesto funereo, sollevava dal bancone e porgeva al giornalista. I cubetti di mortadella erano color grigio antracite, come ci avessero siringato dentro fiotti di cemento.
«Prego», disse con un sorrisetto vendicativo. E capii che non potevo fare proprio niente per salvare questo ragazzone così elegante, nelle sue scarpe made in Italy.
Morsicò il cubetto, masticò piano. Inghiottì.
«Purtroppo non è proprio freschissima», ammise Mr Pig.
Alle sue spalle, la cassiera sbarrò gli occhi, mimando con le dita il numero quindici. I cubetti assassini riposavano nel piattino da quindici giorni.
Mentre uscivamo, e il gallese si precipitava a vomitare il boccone nel cestino della spazzatura che il frate gli indicava, sbirciai il demiurgo dell’insaccato per un'ultima volta. Non era un uomo, ma una maschera beffarda.
«Eh sì, cari miei», ripeteva appoggiando delicatamente una forma sull'affettatrice, «la mortadella non esiste proprio!». Nei suoi occhi lampeggiava un guizzo di piacere.
[dalla Guida gastronomica]

lunedì 28 gennaio 2013

Col giornalista gastronomico in visita al museo archeologico

Le guide ai giornalisti gastronomici s’infittivano. Ero l’unico referente delle Sgambate Guide Combattenti sulla città.
Incontrai un ragazzo dalla capigliatura rossa; completo verde su camicia salmone. Calzava scarpe dalla punta squadrata.
«Italiane», disse con orgoglio. «Comprate al duty free».
Era atterrato quella mattina, proveniente dal Galles. Gli chiesi com'era andato il viaggio.
«Prosciutto e melanzane alla parmigiana», replicò.
Era decisamente di buon umore. Sorrideva a chiunque ci venisse incontro, lungo il tragitto che dall'hotel Holiday conduceva in piazza.
Decisi di approfittarne per rispolverare un po' le mie conoscenze di arte antica.
«Che ne dice di fare un salto al museo archeologico?» domandai.
«Ottima idea», rispose.
Su piazza Maggiore c'era una competizione sportiva. La pista si annodava su se stessa a spirale. Gli spettatori si accalcavano alle transenne agitando bandierine con sopra i nomi degli sponsor. I numeri appiccicati sulla schiena, si sgranchivano le gambe prima dell'inizio della gara. Un altoparlante sparava Freddy Mercury che cantava We are the champions.
«Devono smaltire tutto quello che mangiano, eh», disse il gallese. Sbirciava i maratoneti più corpulenti e panciuti.
«Può darsi», dissi.
Ma questo museo è lontano?» s'informò.
«Proprio girato l'angolo». Dopo pochi minuti eravamo nell'atrio.
Posto davanti alla biglietteria di un qualsiasi esercizio pubblico, il giornalista gastronomico viene di solito preso da un attacco di panico. Questo luogo è infatti nel suo immaginario una specie di bocca spilladenari. Lo coglie la paura che di tasca propria debba pagare per l'ingresso. A differenza dei cibi e delle bevande, il costo del biglietto non è infatti incluso nel rimborso spese che la Provincia gli concede. La cosa che occorre fare e all'istante è senz'altro rassicurarlo.
Tranquillo! bisogna dirgli, il museo è gratuito! Ci si può godere tre piani d'esposizione di anfore, ossari e fibule senza scucire un quattrino! La bigliettaia, l'han messa lì per vendere i cataloghi e le cartoline… Non per niente la città è stata eletta nel Duemila capitale europea della cultura. Perché i giornalisti gastronomici che se ne vanno a scrocco per le sue strade, oltre che il cibo, possano a gratis sbafarsi anche pietrate di archeologia!
Vidi che tirava un sospiro di sollievo. Non così profondo e liberatorio come quelli che i giornalisti cacciano fuori seduti al tavolo di un ristorante tipico, per la verità. Scroccare un bifacciale in pietra dà meno soddisfazione che sbafarsi una punta di vitello. Ma comunque, sembrava di nuovo rilassato.
Sbirciò la bigliettaia, intenta a stendersi lo smalto sulle unghie. Si chiama Michela. E' una ragazza dal viso angelico. Non l'ho mai vista fare nient'altro che spennellarsi le unghie. La salutai.
«C'è movimento?» domandai sarcastica.
«Il solito maniaco che telefona a metà mattina».
Eravamo gli unici nella sala.
«Le due opere che c'interessano», cominciai, «sono proprio qui. Questa di sinistra è una stele del primo secolo avanti Cristo. Raffigura un allevatore di maiali con i suoi animali. Quella di destra, del secondo secolo dopo Cristo, mostra invece un oggetto».
Il giornalista mosse qualche passo.
«Cos'è?» domandò scrutando il bassorilievo.
«Un mortaio. Ci si metteva dentro la carne tritata», raccontai, «dopo che già era rimasta a marinare in un composto di aceto, pepe, chiodi di garofano. Poi si aggiungeva la cannella, la noce moscata, lo zenzero e il cumino. E con questo ripieno, si insaccavano gli intestini dei maiali».
La ricetta tradizionale della mortadella, mi aveva detto Clizia, bisogna che te la impari. Tanto per raccontare qualcosa, s'intende. Sappiamo bene che l'insaccato che ci propinano oggi è un surrogato della gomma, ma carissima, quello che conta nel nostro mestiere, mi aveva spiegato Clizia, è la capacità di creare suggestione. Soprattutto, si era raccomandata, insisti sulla presenza delle spezie; l'oriente fa sempre un certo effetto.
«La mortadella, ha presente?».
«No», disse lui.
«Quella rosa a pallini bianchi».
… Rosa a pallini bianchi, scrisse.
«La parola 'mortadella' deriva proprio da mortaio».
«Ah sì?».
«Già».
Mi sentii stranamente fiera di avergli trasmesso quella notizia veritiera.
Salutammo Michela intenta a cancellare un'unghia venuta male, e ci avviammo verso il Tempio della Mortadella.
[dalla Guida gastronomica]

venerdì 23 novembre 2012

Non siamo dei sognatori

Io e Max ci siamo conosciuti cinque anni fa a una mostra d'arte di un suo amico artista.
Era il 18 novembre ed Emilio organizzò un trekking sul monte Adone, una cima dell'Appennino bolognese. Lungo il tragitto ogni tanto ci si fermava per una sosta. Emilio leggeva il brano tratto da un filosofo, si esibiva in una performance; un critico diceva la sua. Poi si ripartiva.
Io però non sono un tipo sportivo e dopo un'ora di cammino ero spossata. Il sentiero prese a salire in modo ripido. A un certo punto il terreno franò; mi aggrappai a un tronco. Rischiavo di cadere, se non fosse stato che Max era dietro di me e mi afferrò.  
Quell'estate vinse un soggiorno premio in Egitto. Era il terzo giorno, eravamo ad Alessandria, quando si beccò la dissenteria. Aveva la febbre alta. Entrai in bagno, quella notte. Lo vidi tremare sul water. Capii allora che non l'avrei lasciato più.
«La potenza della merda», dice Max ricordando quella volta.
Questo viaggio gli fu regalato da un consulente di Mediolanum poi inquisito per aggiotaggio al quale aveva progettato gli arredi della villa in Costa Smeralda. Max è disegnatore, in quel periodo era dipendente di un'azienda che produceva mobili di lusso. Poi si licenziò, aprì un suo studio.
«Di leccare il culo, ne ho piene le palle», dice sempre.
Io, all'epoca, non avevo ancora chiaro cosa sarei diventata. «Senza padroni», diceva invece lui. «Senza padroni», ripeteva.
Ci assomigliamo un po', penso. Non siamo dei sognatori.
[dalla Guida gastronomica]

martedì 30 ottobre 2012

Pony express

Max mi raccontò quella sera dei primi anni trascorsi nella città. Di quando era arrivato, proveniente dal Sud, in cerca di lavoro. Abitava in una stanza. Subito lavorò come pony express, nome in codice: Orso.
«Ci chiamavamo tutti con nomi di animale», disse.
Raccontò che una domenica aveva invitato a cena un ragazzo anche lui pony express, un trentino che chiamavano Lupo. Per l'occasione aveva comprato del gulasch in lattina. Poi si accorsero che il fornello elettrico era guasto. Lupo suggerì di scaldare la carne con una candela. Prese fuoco. Fecero appena in tempo a gettarla dalla finestra.
Raccontò che una volta aveva invitato un ucraino, Pulce.
«Orso», si era raccomandato, «io mangio solo salsiccia, e di puro maiale».
Max raccontò che gliela servì con una strisciata di senape. Di come Pulce si leccasse le dita, alla fine.
Raccontò di quando invitò un ragazzo di Lecce. Gli preparò delle omelette alla marmellata.
«Orso, io non sopporto la marmellata», gli disse Canguro, così si chiamava, «se non ti dispiace, ho portato delle cozze sottovuoto», gli disse. Farcirono le omelette con le cozze.
«Di quei ragazzi», disse Max, «non ho mai saputo il vero nome».
[dalla Guida gastronomica]

 

domenica 23 settembre 2012

Città turrita mon amour

Quella notte, sognai che le due torri erano in realtà quattro. Le altre due, gemelle, si alzavano all'estremità opposta della via Emilia, là dove il rettilineo esce dalla città e si addentra nella campagna. Le vedevo per la prima volta. «Ma come, non lo sapevi?» mi domandava Clizia, «non hai visto il documentario Città turrita mon amour?». «No», dicevo, «quali sono quelle originali?». «Ah, non si sa, Mika», replicava Clizia, «magari si sapesse, ma non si sa», sospirava. «Se vuoi, te lo presto, il documentario», aggiungeva, «quando passi dall'ufficio, ricordamelo. Per una guida gastronomica d'esperienza come te è un must», diceva. Poi decidevo di avvicinarmi, osservarle da vicino, le due torri. E sulle pareti notavo un colore anomalo. Così allungavo la mano, ne toccavo la base. Erano di burro. Dei panetti di burro. Le mie impronte ci rimanevano stampate sopra.
[dalla Guida gastronomica]
 

lunedì 17 settembre 2012

Sfida al mattarello

Il giorno dopo incontrai un giornalista gastronomico scozzese. Alla fine della visita guidata, doveva raggiungere la scuola di cucina dove le sfogline avrebbero tenuto, apposta per lui, un workshop intitolato 'Sfida al mattarello. Le strategie della sfoglia'. Mi chiese di essere prima riaccompagnato al Grand Hotel, voleva lavarsi i denti. Che educato, pensai, non vuole presentarsi alle sfogline, che sono lavoratrici, con la bocca puzzolente; proprio delicato e per bene. «Come ci posso andare alla scuola?» domandò. «In taxi o autobus?... Quanto costa il taxi?». «Cinque, sei euro», dissi. «L'autobus?». «Un euro». «Vado a piedi», disse. «Ma saranno almeno sette chilometri!». Telefonai alle sfogline. «Il giornalista arriva a piedi», dissi. «Ah, alle cinque qui si chiude baracca e burattini, lo sa, il mister?» mi avvertì la Ines. «Lo sa, lo sa». «Allora va bene: uomo avvisato mezzo salvato, a deg ben, signora Mika?». «Sì, lei dice bene». Quella sera mi telefonò Clizia. «Il giornalista ha trovato la scuola di cucina chiusa, ne sai qualcosa?». «Non voleva prendere il taxi», risposi, «nemmeno acquistare il biglietto del bus». «Dovevi pagarglielo tu», disse Clizia. «Io?». «Sì, tu. Entrare in tabaccheria e comprargli quel cavolo di biglietto, perdiana, Mika, ma che cavolo mi combini?». Riattaccai. Clizia richiamò. «E' caduta la linea?» chiese. «No», dissi.
[dalla Guida gastronomica]

martedì 21 agosto 2012

C'è una mosca gigante...

C’è una mosca gigante che m’insegue, il corpo nero blu grande quanto una testa d’uomo. Sbatte le ali con frenesia ritmica, lanciata in picchiata, fa capolino tra i cornicioni dei palazzi. L’avvisto; mi avvista. Adrenalinica infilo via dell’Indipendenza, imbocco il viale, supero la stazione ferroviaria, sterzo all’altezza del semaforo, scendo giù per via Amendola. Corro a centoquaranta chilometri all’ora, come avessi un motore collegato ai piedi. Io, devo essere appena nata: ho un corpo da bebè, un pannolone che mi fascia il culo, sono scalza e nuda. Io sono io, eppure a tratti sono la mosca; i miei occhi due fessure che penetrano l’asfalto. Planando in volo perfetto perforo l’aria. Poi sono Mika. Ho il cuore piantato in gola, la paura di essere morsicata. Doppio file di pali della luce, aiuole spoglie, cartelli d’indicazione stradale, insegne di negozi. Sono Mika, in una fuga pazza e dissennata per il mondo: c’è una mosca gigante che m’insegue.
[incipit della Guida gastronomica]

martedì 24 luglio 2012

Lasagnàtt vàird_ green lasagna

Un sabato mi telefonò Clizia.
«A questo giornalista gastronomico interessa approfondire l'origine e la storia della lasagna. È una personalità. Membro dell'Antica Confraternita degli Amici della Sfoglia. Socio dell'Accademia della Cucina Tradizionale. Presidente del Circolo Nazionale della Pasta Ripiena. E inviato speciale di una famosa rivista internazionale di haute cuisine».
«Haute che?».
«Haute cuisine! Ma non lo parli, il francese, bambina? Fareste bene a spegnerla ogni tanto, voi giovani, questa MTV. Guardarvi qualche buon documentario. Ieri sera, per esempio, mi sono vista un interessante reportage sui tesori del Brenta».
«Io non sono giovane, Clizia. Non guardo MTV».
«Mika: ti prego di non deludermi».
Poi disse che in quei giorni, al suo bed and breakfast ospitava una coppia di finlandesi. Che la sera precedente si erano visti il documentario 'Vesuvio, un gigante addormentato' per ben tre volte di seguito. Non capivano cose spinge la gente a scegliere di abitare proprio ai piedi di un vulcano.
«Il precipizio», le dissi, «il precipizio».

 
Era barbuto, questo giornalista, peluria color paglia, l'incrocio tra un porco e un pony. Aveva uno strano modo di stringere la lingua tra i denti. Camminammo in direzione della Gastronomia dei Ricchi.
Si tratta del negozio di alimentari più elegante della città. Impossibile rimanere indifferente, passandoci davanti. Una micca di pane può diventare qualcosa di sfarzoso. La Famiglia dei Ricchi ne è proprietaria da quattro generazioni. Un tempo gli apparteneva l'intero palazzo, che occupa l'isolato, lo stesso del TdM, a lato di piazza Maggiore. Mr Pig e la Famiglia dei Ricchi governano questa fetta della città.
Il fondatore abitava un modesto appartamento sopra la bottega originale, in via Pescherie Vecchie. Era un panettiere d'ingegno, un uomo generoso, si dice. L'ultimo nipote è suo omonimo. È un ragazzo timido, che guarda alle spese, con la paura di non essere altezza. Dall'alto della parete, c'è il ritratto del fondatore a tenerlo d'occhio.
Nella vetrina della bottega più sontuosa, quella in via degli Orefici, i cibi sono esposti su vassoi argentati. Etichette scritte a mano; nel dialetto della città e in inglese. Lasagnàtt vairdì, green lasagna, lesse appunto il giornalista. Estrasse dal taschino taccuino e penna.
«Lei conosce Rirkrit Tiravanija?» gli chiesi.
Lui dilatò le narici, mordicchiandosi la lingua.



Rirkit Tiravanija, performance, New York, 2002

«Si tratta di un artista tailandese fautore di una nuova estetica legata al cibo»,  spiegai. «Crea dei corner che riproducono l'interno di una cucina. Lo spettatore è trasformato in ospite. L'artista cucina e gli serve il cibo che ha preparato».
«Vorrei sapere qualcosa sulla storia delle lasagne», m'interruppe. «Mi racconti come furono inventate».
«...Oppure Ellen Gallagher. Utilizza immagini-collage riferite a stereotipi razziali. Attori con la faccia dipinta di nero e labbra ingrossate. È un modo per affrontare la questione del pregiudizio e della xenofobia. Lei ritiene che l'arte debba aprire la strada all'integrazione o al dissenso? » domandai.

 


Ellen Gallagher, Preserve, New York, 2002
«Come, scusi?».
«…Secondo lei è più etico il gesto dell'artista che coinvolge l'umanità facendola sentire unita o quello di colui che infrange con un sasso la vetrina di una banca?».
Il giornalista mi guardava impietrito.
«Ho chiesto alla signora Clizia una guida gastronomica preparata sulla tradizione della lasagna», sibilò.
«Lei davvero crede importante, per il destino dell'umanità, aprire un dibattito sul concetto dell'alternanza di besciamella-ragù-pasta? Che genere di spettacolo crede che l'Occidente stia offrendo di sé al resto del mondo?».
Lui tamburellò la penna sul taccuino.
«…Be', glielo dico io. Sta offrendo di sé uno spettacolo miserevole. Lo sa che una sedia di rattan dell'Ikea, venduta in Europa a cinquantacinque euro, frutta all’operaia vietnamita che l'ha intrecciata un guadagno medio di due dollari al giorno? Lei ci lavorerebbe, seduto a terra, in uno stanzone senza luce, tra cumuli di paglia e cartoni da imballo? Lo so, la fuga dal sistema non è neppure un concetto anarchico, perché l'anarchismo non lo contempla neppure, il sistema… Lei conosce August Strindberg, lo scrittore svedese?… Il mio programma è eliminare la classe superiore, diceva Strindberg, poi si vedrà. E in seguito, col sospetto che gli operai, disprezzando i contadini, potessero trasformarsi in classe superiore State attenti, scrive Strindberg agli amici anarco-socialisti, a non corteggiare una futura massa di integrati, anziché uno stormo di rivoluzionari!».
Il giornalista incrociò le braccia.
[dalla Guida gastronomica]

sabato 21 luglio 2012

Giornalisti gastronomici

Dei giornalisti gastronomici stranieri colpiva l'ignoranza. 
«I maiali», raccontai a questo ragazzo venuto dalla Svezia, mentre ci addentravamo nel quartiere medioevale,  «nei secoli trascorsi, razzolavano allo stato brado. Si nutrivano di ghiande. La nostra regione ne è sempre stata ricca. I longobardi, poi, portarono con sé la tradizione germanica della salsiccia». 
L'avevo sentito dire da Piero Angela, una puntata di 'Quark' dedicata alle invasioni barbariche.
«Lei mi sta dicendo che corrono liberamente nei boschi?» m'interruppe passandosi le mani sotto le ascelle.
Era un tipo dai capelli a spazzola, con le mascelle sporgenti come un eroe dei videogiochi. Gli arti, gambe e braccia, erano molto lunghi. Muoveva le mani in continuazione; forse era un tic.
«Adesso vivono nei porcili. Edifici di cemento simili a caserme rumorose e puzzolenti. Ma qualcuno in libertà c'è ancora. Ed è proprio da loro, che si ricavano le salsicce più succulente e tenere. Peccato che quelli sporadici in libertà siano un pericolo pubblico. Tanto più che le foreste di querce sono praticamente scomparse, e i suini non trovano più mezza ghianda da papparsi».
«…Le povere bestie», spiegai sbucando davanti alle due torri, «non sanno più con che cosa sfamarsi, e dunque li si può ritrovare nei pressi della tangenziale, oppure sotto i cavalcavia. S’incontrano anche lungo l'asse attrezzato. Si nutrono di tutto: cellophane, cartone, copertoni. Pare si siano rosicchiati perfino un pezzo della terza cinta muraria della città».
Il giornalista smise di scrivere. Allungò lo sguardo sul corpo della torre Asinelli, poi mi spiò di traverso.
«Ok», disse. Puntò la biro in direzione della mia faccia, come fosse l'arma per uccidermi.
Mi diede un colpetto alla spalla. Avevo esagerato. Aveva capito lo scherzo. Ridemmo.
«Ma le due torri sono sempre state in questa posizione?».
«Eh, sì».
«Al centro della strada? In mezzo al traffico?».
«Già».
«Perché non le hanno costruite sulla piazza?».
«E' zona pedonale. Non c'era alcun bisogno di deviare la circolazione».
Ridemmo.
Da allora, tra me e lui scattò una specie di alleanza: della serie, ho dimostrato la mia superiorità e adesso siamo proprio come due fratelli.
«I romani non erano allevatori», dissi. «Erano guerrieri. Sempre in giro a menar le mani nelle colonie. Però con la carne di maiale si producevano gli insaccati. E per i panini andavano pazzi. Mangiare al sacco. Erano sempre fuori casa. Durante le campagne militari in Africa o Dacia, averci in saccoccia un paio di sandwich farciti era d'obbligo».
«Il salame si mangia col pane?».
«Certo», risposi, non mostrando alcuna sorpresa per la domanda. «Si taglia e infila nel panino: così». Feci combaciare i palmi, mimando le fette di pane che si richiudevano.
«Parliamo dei panini. Ai romani, gli piaceva godersi il panorama della città dalla cima delle torri, eh?».
Gli spiegai che quelle furono costruite parecchi secoli dopo la colonizzazione romana.
«Ah sì? Peccato. Mi piace pensare agli antichi che da lassù, gustandosi i loro sandwich, si godevano il panorama».
Vidi che scriveva le sue stesse parole.
[dalla Guida gastronomica]

martedì 26 giugno 2012

Club Med

Sognai che ero prigioniera in un Club Med. Degli immigrati clandestini erano sbarcati su quest'isola da vacanza e avevano occupato il resort cinque stelle, rapito i villeggianti. Era uno strano sequestro. Non volevano soldi. Né asilo politico. Neppure il permesso di soggiorno. Volevano le vite agiate degli ospiti del Club. Si insediavano nelle loro stanze, indossavano i loro abiti sportivo-eleganti, i loro gioielli. Finché una squadra di agenti scelti faceva irruzione. Gli africani non opponevano alcuna resistenza. «Prendeteci pure», dicevano, «che cosa credevate? Che eravamo sbarcati nel vostro bel paese per lavorare in fabbrica? Per raccattar pomodori nei campi?».
[dalla Guida gastronomica]

martedì 28 febbraio 2012

A pranzo da Linda

Era successo che eravamo andati a pranzo a casa di Linda.
Linda è stata mia compagna del liceo. Dalla maturità che non la incontravo. Pensavo non l'avrei rivista mai più. Che le nostre vite si fossero separate davanti al punteggio d'esame. Già a quattordici anni, sapeva ciò che voleva dalla vita: fare la mamma. Si trattava di trovare qualcuno col quale realizzare questo altro essere umano. Tra i banchi di scuola non parlava d'altro.
C'incontrammo per caso, all’Ikea. Erano passati vent'anni, ma la riconobbi all'istante, mentre sfiorava uno scolapiatti smaltato nel reparto cucina. Era identica a come l'avevo lasciata. Capelli boccoluti tenuti da spille, golfino coi bottoni madreperla. Stavo superandola, quando sentii una mano planare sulla mia spalla. Troppo tardi, mi ricordo che pensai.
“Mika mi aiutava nei compiti in classe”, raccontò al marito, un ragazzo dagli occhi a palla alla Lucarelli. “E alla fine ce la facevo. A settembre non ero mai rimandata”, disse cullando la bambina.
Lei si girò, afferrò un mestolo cromato e glielo spinse in bocca.
“Ginny, da brava… Perché non venite domenica a pranzo?”.
Da dietro una tenda velata, Max mi lanciò un'occhiata sofferente.
Ginny si sfilò una scarpa e la gettò a terra con rabbia.
“Non ti devi sdebitare”, dissi. “Io ci credevo davvero che la filosofia e la storia servissero a qualcosa nella vita”.
“Ah sì?”.
Risero.
“Mika ha sempre avuto il dono dell'ironia”, spiegò Linda al marito.
Ma io non scherzavo. Non scherzavo affatto.
Max, ormai non lo vedevo più.
La domenica, dunque, andammo a pranzo da loro. 

Abitavano, come molte giovani coppie della città, la porzione di una villetta a schiera, facciata in mattoncini regolari. Il giardino era un prato ben rasato. Il garage sul retro custodiva l'auto familiare. La palazzina era situata davanti a una rotonda che si snoda sulla rampa di accesso in tangenziale.
“Una posizione magnifica”, disse Linda.
“Si arriva in città in un attimo”, aggiunse il marito.
“Il supermercato è proprio dietro l'angolo”.
“L'asilo è di fianco al supermercato”.
“La banca è di fianco all'asilo”, concluse Linda.
“E il panorama… non è affatto male!” esclamò il marito indicando il mega poster in tangenziale di Eva Erzigova che si strizza le tette nel reggiseno imbottito. Lanciò a Max uno sguardo complice. Lui si grattò i capelli irritato.
“La signorina”, ripeté, “non è male”.
Linda fece un risolino.
Sono allergica alla normalità, dicevo.
Mangiammo tortelloni, arrosto di vitello, torta di riso. Lei metteva a scaldare nel forno, estraeva. Tutto preparato da sua madre.
“Tu usi le vaschette d’alluminio?” mi domandò.
Io non devo mai scaldare niente, dissi.
“Sono molto pratiche. Se hai degli avanzi, intendo”.
Non ho avanzi. Gli hamburger, li mangiamo subito.
Dopo pranzo ci trasferimmo in salotto, sul divano operato a fiori lillà. Il marito afferrò il telecomando e selezionò Milanchannel. Quella domenica, il Milan giocava contro la squadra della città.
“Voi non avete il satellite?” chiese a Max.
“No”.
“E con le partite, come fai?”.
Lui non disse niente. Max, gli allenatori, gli sponsor, i diritti televisivi, il mondo del calcio in generale, lo detesta in assoluto. Una massa di coglioni arrapati dietro una figa a forma di palla, dice dei calciatori.
Linda mi raccontò di quando la figlia non aveva fatto la cacca per due settimane, e del momento in cui questa era finalmente uscita, sotto forma di diarrea liquida, color giallo senape.
“Un torrente in piena”, sospirò accarezzando la chioma ricciuta di Ginny. “Il water si era tutto intasato. Non è vero, amore?”.
La bambina spalancò gli occhi come una bambola meccanica. Poi il viso si contrasse e scoppiò in pianto. Gli arti le si mossero in modo scoordinato. Si divincolò dalle ginocchia della madre, scese a terra e cominciò a battere la testa contro il pavimento.
“Tesoro, passami Poison Diva”, disse Linda al marito: “Ginny vuole giocare”.
Lui si mosse alla ricerca del videogioco, senza staccare gli occhi dal video. I calciatori ci correvano sopra in diagonale, fluidi come su un tappeto di velluto.
“Doveva giocare Maldini”, scosse la testa.
Max osservava la carta da parati.
Linda mi parlò di come sua madre cucinasse le scaloppine al Marsala usando il Cognac; di quando Ginny aveva preso l'influenza perché ancora doveva vaccinarsi; di quella volta che il frigo era strippato perché troppo carico.
Protetta, sotto le gambe del padre, la bambina guidava con gesto scattante i pulsanti del videogioco.
“Qui c'era fallo”, diceva lui.
Max fissava il lampadario anni Settanta.
Cominciai a osservare i soprammobili. Erano dappertutto. Solo sul tavolino di vetro, davanti al divano, ne contavo almeno una cinquantina. Sui ripiani della libreria senza libri, una trentina circa per ogni piano. Ballerine, scolari in divisa, donne impegnate con utensili domestici, bambini che imbracciavano mazzi di fiori, animali, coppie di innamorati, alberi da frutto, contadine che spingevano carretti carichi di spighe. E' atroce, pensavo.
“Ma tu le melanzane, le friggi?” mi domandava la mia ex compagna.
E' atroce. E' atroce.
“Tu”, ripeté Linda, “le melanzane, le friggi?”.
“Come?”.
“Le melanzane”.
Non riuscivo a staccare gli occhi dalla statuetta di una ricamatrice.
“Noi mangiamo poco”, intervenne Max.
Linda rise: “Buona, questa battuta”.
“Non è una battuta”, disse lui serio.
“Amore, hai sentito? Paolo?...”.
Era a gambe divaricate sul tappeto, il busto sbilanciato in avanti, le ombre dei calciatori che gli correvano in faccia.
“Fallo di mano!” strillò.
Ginny scagliò il videogioco contro il muro.
“Complimenti per la simpatia”, disse il marito salutandoci. “Formate proprio una bella coppia. A quando un erede?”.
“La gente può essere mostruosa”, commentò Max girando la chiave nel cruscotto.
[dalla Guida gastronomica al precipizio]