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giovedì 18 luglio 2013

Il Komitato

Il 24 giugno 1971, così è riportato sullo statuto che abbiamo scritto e firmato, decidemmo la fondazione del Komitato. Oltre alla Rossana e a me, ne sono membri e fondatori Sandro, la Sonia e sua sorella Mariangela che chiamiamo Mari.
Sandro, l'anno prossimo andrà in quinta elementare, come la Sonia. È più grande della Mari che invece frequenta la terza. Arriva sempre alla fornace a bordo della sua bici, che è una Graziella verde militare che apparteneva a sua nonna, col sellino tagliato dal quale esce l'imbottitura, e il manubrio che espelle pezzi di ruggine.
Dice che la Graziella, non la cambierebbe con nessuna bici da cross al mondo, perché anche se è da femmina, è la più veloce di tutte, e quando frena, inchioda sull'asfalto. Nel cestino, trasporta sempre delle scatole di polistirolo che gli procura suo padre nella fabbrica di pesce surgelato dove lavora al magazzino.
«Col polistirolo», dice, «si può fabbricare tutto quel che si vuole».
Ogni giorno arriva con delle scatole nuove e di grandezze differenti. Prima di poterle usare, però, deve lasciarle sul balcone del soggiorno di casa sua almeno per una notte, perché quando suo padre gliele porta, puzzano di sardine che fanno vomitare.
Sandro si siede al tavolo del capannone, e con un coltellino divide i pezzi di polistirolo creando delle sagome a incastro. In pochi minuti costruisce un oggetto.
«Cos'è?» gli chiede la Rossana.
«Un container subacqueo. Per trasportare lo squalo balena pescato in Groenlandia, dentro un sottomarino fino all'Italia».
Il suo eroe è Mao Tse-Tung, che sarebbe il presidente della Cina.
Un giorno, al manubrio della Graziella, appese una canottiera con sopra scritto Rivoluzione culturale. Per qualche tempo, la bandiera sventolò all'ingresso del capannone. Finché un pomeriggio la trovammo per terra, sul prato. Era strappata e sulla parete qualcuno aveva scritto Boia chi molla. La Mari cancellò con la tempera di colore bianco. Ci dipinse sopra cinque margherite, dai petali ciascuno di un colore diverso e dietro il fiore, un arcobaleno rovesciato.
«Perché l'hai disegnato al contrario?» le chiese Sandro.
«Così pensano che siamo dei sovversivi e non tornano mai più». E infatti mai più tornarono.
Sandro vuole diventare ingegnere navale; lavorare nel cantiere del Canale di Suez, sul Mar Rosso, dove approdano le navi petroliere degli sceicchi arabi, che trivellano gli oceani e ripartono per i mari del Sud cariche di barili.
«Io invece all'Università studierò le leggi dell'Italia», dice la Sonia. «Voglio partecipare ai processi in tribunale e far mettere in prigione il colpevole».
La Sonia è bionda e calcolatrice. Ha sempre una risposta pronta e uno sguardo gelido che mette in soggezione. Il padre suo e della Mari lavora nell'ufficio della Compagnia dei Telefoni. Ha gli stessi occhi celesti della Sonia, che quando piove diventano grigioverdi come l'acqua delle pozzanghere.
Le piace dare gli ordini. Alcuni giorni dopo che ci eravamo installati nella fornace, e che le regole del Komitato ancora non erano stabilite, lanciò la sua proposta.
«Ogni membro fa il capo a turno», disse. «Questo mese di giugno comanda Sandro, nel mese di luglio, comanderò io».
Parlò in modo così risoluto che nessuno subito ebbe il coraggio di esprimere la sua opinione, né dissentire. Finché la Mari ruppe il silenzio.
«Io non sono d'accordo», disse.
«Perché? Sentiamo», fece la Sonia ostile.
«La disciplina è un comportamento dell'anima. Non si può comandare».
«E invece l'ordine deve essere imposto da fuori».
La Mari scosse la testa. 
 
 
Lei è l'opposto di sua sorella. Castana e con le lentiggini sul naso. La pancia, i polpacci, le dita delle mani perfino, tutto nella sua persona è un po' grassottello. Non assomiglia a nessuno nella sua famiglia. «Secondo me», la prende in giro la Sonia, «all'ospedale ti hanno scambiata nella culla». «Ti credi di essere simpatica?» replica la Mari che è pacifica e non si offende mai.
In educazione artistica è la più brava della classe. Di mestiere vuole fare l'arredatrice. «Deciderò i mobili», dice, «per delle case con delle pareti trasparenti di vetro e legno, circondate da alberi frondosi, costruite in mezzo a un parco senza recinto».
«Ciascuno è responsabile del suo comportamento», disse quel giorno. «Se ognuno ha nel cuore una regola, spiegò, questa diventa la linea che aiuta a distinguere il buono dal cattivo. E quando si è capaci di decidere della propria vita», disse, «il bene che è per sé, lo è anche per gli altri».
«E quale sarebbe la regola?» chiese la Sonia diffidente.
«La coscienza», disse la Mari.
Da quando le ho sentito pronunciare queste parole, penso che sia lei il membro più saggio del Komitato.
[da Le descrizioni]

giovedì 14 febbraio 2013

La parola ‘puttana’

Alle tre, dopo aver fatto i compiti, prima dell'arrivo della Rossana, prendevo fuori il Quaderno delle Parole e cercavo sul Nuovissimo Dizionario quelle che avevo lasciato indietro nei giorni passati: 'licenza', 'crepitare', 'furbesco'.
Da quando avevo cominciato con le Descrizioni, trascuravo infatti la ricerca delle parole. Mentre ero impegnata nella Descrizione capitava però che la parola esatta e insostituibile per quella frase alla mente non mi venisse. Non la trovo perché non la conosco, pensavo. Così mi convinsi che la ricerca della parola è un esercizio indispensabile e molto strettamente collegato allo svolgimento della Descrizione che mai bisogna abbandonare se si intende migliorare e spaziare negli argomenti prescelti.
Sul Nuovissimo Dizionario cercai il nome 'puttana' che aveva fatto così infuriare mia madre, ma non c'era. Chiesi alla Rossana se sapeva cosa voleva dire.
Quel giorno l'aveva accompagnata sua madre. L'Agnese è indisposta, aveva detto. La signora Anna era vestita per uscire, col cappello e il cappotto: doveva andare a scuola a una riunione di maestre.
«Puttana è una donna che si fa baciare da tutti», spiegò la Rossana. «Gli uomini le danno i soldi e quello è il suo mestiere». Disse che l'aveva visto in un film: una puttana che saliva su un'Alfa Romeo nera con alla guida un uomo pelato. Scrissi la definizione sul Quaderno.
Io penso infatti che questo genere di parole, anche se non sono contenute nel Nuovissimo Dizionario, non si può escluderle dalle Descrizioni. Perché per raccontare la vita come è vissuta per davvero, le Descrizioni è indispensabile che parlino di tutto, di quegli argomenti che mettono paura o fanno schifo compresi. Le Descrizioni devono obbligare a guardare anche quello che non si vuole vedere. Io penso che dappertutto c'è una storia.
[da Le descrizioni]

mercoledì 12 dicembre 2012

Pezzi di luna per Santa Lucia

«Posso uscire con Gigi?» chiesi.
Le luci correvano veloci e si arrampicavano su per il Monte, quel giorno. Nel carruggio, dei banchi stretti contro i portoni vendevano i dolci gommosi e i croccanti. Tutta la gente del paese era scesa giù a festeggiare. Era la festa di Santa Lucia, che fino al giorno prima, pensavo essere la santa che porta i doni con Gesù bambino. Ma poi Gigi mi ha detto che è falso, che in realtà Santa Lucia è un'invenzione degli adulti.
«Va bene», disse la sorella.
Neppure feci in tempo a mettermi il loden che Gigi mi afferrò un braccio e mi spinse fuori. A testa bassa perforava la folla che riempiva il carruggio. C’erano i bambini sulle bici, le ragazze  che ridevano, gli uomini che fumavano la pipa, lo zampognaro che soffiava fortissimo nel suo strumento al centro della via; ma Gigi non ci badava, si vedeva che teneva una direzione, come avesse in mente una meta precisa.
«Dove andiamo?» chiesi.
«Ti faccio vedere una cosa».
A metà del carruggio, svoltammo in un passaggio stretto. Lì non c'era più nessuno, era buio e con l’odore della pipì di gatto attaccata ai muri, ma in fondo si vedeva una porta illuminata. Gigi mi trascinò dentro. Era una sala dalle pareti e il soffitto bianchi, con dei piccoli fari puntati che disseminavano la luce dappertutto. Da terra si alzavano dei piedistalli di ferro. C’erano degli uomini e delle donne che guardavano le cose poste sui piedistalli. Biomorfismo vegetale, sentii sussurrare.
Mi avvicinai al piedistallo centrale. Sollevandomi in punta di piedi, scrutai l'oggetto che c'era sopra. Era grigio, screziato. Con delle sporgenze ondulate e un buco, alla base. Ci girai attorno. Lo toccai. F-i-g-u-r-a-d-i-s-t-e-s-a, lessi sulla targhetta. Era levigato come un osso.
Gigi apparve alle mie spalle.
«Cosa sono?» chiesi. Non avevo mai visto niente così infatti.
«Dei pezzi di luna», spiegò. «Si sono staccati quando gli americani sono atterrati nello spazio. Sono precipitati in mare ma i corsari li hanno ripescati».
«Ne vorrei uno», dissi.
Gigi afferrò una forma e se la infilò sotto il maglione.
Corremmo a perdifiato nei vicoli dietro il carruggio, un incastro di stradine molto strette con gli zerbini sulla porta e le pentole in fila contro i davanzali. Un portone coi campanelli arrugginiti si sprangò dietro di noi e c'inghiottì in un androne che sapeva di muffa. Le mani di Gigi mi appiccicarono i capelli alla testa, mi aprirono il primo bottone del loden. La sua lingua spugnosa mi travasò in bocca della saliva. Io non vivo sott'acqua, pensai.
[da Le descrizioni]
 

lunedì 15 ottobre 2012

Compleanno

Venne il quindici ottobre, il giorno del mio compleanno.
La mattina telefonò mia madre.
«Tanti auguri! Ti ho comprato un regalo bellissimo!» disse, «è qui che ti aspetta per quando torni a casa guarita!».
«Io non guarirò», risposi, «non guarirò mai».
«Come?» disse mia madre.
Riattaccai. 
 
 
«Lo studente Spartaco Vadalà», diceva il telegiornale, «è stato colpito a un occhio da un candelotto sparato dalla polizia…».
«Povero giovane», disse la signora Emma portando in tavola la torta. Al centro della glassa ballava Betty Boop di marzapane.
«Era in corso una manifestazione popolare, la disgrazia è avvenuta a una distanza di quattro metri…».
Gigi batté le mani. Si era vestito elegante, quel giorno speciale, con un maglione verde bottiglia e i pantaloni lunghi. Ma ai piedi calzava i soliti sandali di corda con la suola consumata. C’erano anche l'Erminia e Ivan, due suoi compagni di classe che la signora Emma, col permesso di Sara, aveva invitato. Così stanno un po' in compagnia, aveva detto alla sorella.
«Il ragazzo aveva appena diciotto anni», diceva il giornalista, «è una tragedia per l’intera nazione, ha dichiarato il presidente Saragat…».
 La signora distribuì i piatti di carta colorata e i bicchieri con l'aranciata. Sul video, una barella era trascinata via tra la folla: «Il governo invita il mondo del lavoro e il movimento studentesco a riflettere sulle rivendicazioni sollevate».
Sara accese le candeline e io soffiai spegnendole tutte e sei in un colpo solo.
«Brava!» applaudì la signora Emma.
Poi Gigi si alzò in piedi. Sembrava volesse dire qualcosa, invece allungò il dito indice e lo affondò al centro della torta, dove c'era una decorazione rosa, e se lo leccò.
«Sa di fumo», disse strofinandolo nel vestito a pois dell'Erminia.
[da Le descrizioni]
 

 

domenica 26 agosto 2012

martedì 12 giugno 2012

Faccia di

Fondi neri per l’ammontare di venticinque miliardi di lire, diceva il giornalista alla radio quella domenica, li ha fatti sparire l’ex presidente della Montedison, Giorgio Valerio, per finanziare la Dc, il Psi e l’Msi. Vediamo chi eleggono presidente della Repubblica, diceva mio padre, se andrà a guardarci dentro, a questo pasticcio coi partiti. In cucina mia madre metteva in forno la bomba di riso. Sara telefonava. Tu pensi che Patty Pravo è sexy? diceva, davvero lo pensi? Io gelosa? Gelosa di Patty Pravo? Io invidiosa che Patty Pravo puo indossare degli stivali che le arrivano fin su alla coscia? Tu sei scemo! strillò. Riattaccava. Il telefono squillava. Se è per me, diceva la sorella, non ci sono. Neanche se è Giampaolo? diceva mia madre. Quella faccia di merda.
[da 'Le descrizioni']



martedì 22 maggio 2012

Il motto del capitano coraggioso

La signora Emma accende la televisione: sono le cinque e mezza, l’ora della TV dei ragazzi. Parte la sigla col girotondo dei bambini che si tengono per mano. Il tenente Rip e il sergente O'Hara devono salvare un branco di cavalli selvaggi da un cacciatore senza scrupoli. Rin Tin Tin e Rusty lasciano Forte Apache e gli tendono un agguato. Gigi urla: «Serpe schifosa! Cavagli fuori le budella!» poi sale in piedi sulla sedia e comincia a saltare. «Bastardo! Meriti la morte!» e col piede destro sfonda il sedile che è di rete, tipo. «Brutto mascalzone!» La signora Emma gli molla una sberla in faccia: «Farai la fine di quel disgraziato di tuo padre!». Il coniglio Bugs Bunny sbuca dal tunnel e scopre che si è perso: Beep Beep vuole impedirgli di raggiungere il canyon dei cercatori d’oro. Gigi si strofina gli occhi. Il sangue gli esce dalla ferita ma lui trattiene il pianto. «Risponda-il-tuo-valore-alla-mia-tempra!» urla slanciando il braccio in aria, che sarebbe il motto del capitano coraggioso. Beep Beep innesca la miccia e il coniglio esplode.
[da 'Le descrizioni']

venerdì 27 aprile 2012

Risponda-il-tuo-valore

La signora Emma accende la televisione: sono le cinque e mezza, l’ora della TV dei ragazzi. Parte la sigla col girotondo dei bambini che si tengono per mano. Il tenente Rip e il sergente O'Hara devono salvare un branco di cavalli selvaggi da un cacciatore senza scrupoli. Rin Tin Tin e Rusty lasciano Forte Apache e gli tendono un agguato. Gigi urla: «Serpe schifosa! Cavagli fuori le budella!». Poi sale in piedi sulla sedia e comincia a saltare. «Bastardo! Meriti la morte!». Così col piede destro sfonda il sedile che è di rete, tipo. «Brutto mascalzone!». La signora Emma gli molla una sberla in faccia. «Farai la fine di quel disgraziato di tuo padre!». Il coniglio Bugs Bunny sbuca dal tunnel e scopre che si è perso: Beep Beep vuole impedirgli di raggiungere il canyon dei cercatori d’oro. Gigi si strofina gli occhi. Il sangue gli esce dalla ferita ma lui trattiene il pianto. «Risponda-il-tuo-valore-alla-mia-tempra!» urla slanciando il braccio in aria, che sarebbe il motto del capitano coraggioso. Beep Beep innesca la miccia e il coniglio esplode.
[da ‘Le descrizioni’]

mercoledì 28 marzo 2012

Descrizione della sigla del telefilm Nero Wolfe




La sigla di Nero Wolfe sono dei palazzi molto alti e stretti che staccandosi da un labirinto di strade perforano il cielo della metropoli americana, e poi un ponte lunghissimo che trasporta una scia di macchine che marciano come formiche. E all'improvviso compare un marciapiede affollato di gente che cammina e ha fretta, con altre macchine parcheggiate e dei sacchi di pattumiera appoggiati ai muri delle case e scale smilze e diagonali che si arrampicano alla parete fin su in cima. E poi scende la notte, i palazzi si trasformano in ombre tenebrose ma profonde ed elettriche e giù nella strada le persone rallentano il passo poi smettono di camminare e si riuniscono in gruppi che discutono o fumano la sigaretta mentre tutt'intorno delle luci fosforescenti bucano il buio, e compongono iscrizioni in una lingua sconosciuta che Sara dice è l'inglese oppure dei disegni che sono come i personaggi dei cartoni animati, fanno esplodere i colori che però non si vedono, dato che in televisione tutto è bianco e nero e grigio. È un reame fantasmagorico, il sogno di una notte che la prossima notte non si ripeterà né la notte dopo né mai più, e viene la voglia di trovarsi lì.

Seduta al tavolo del tinello, avevo strappato un foglio dal Quaderno delle Parole e scritto questa Descrizione. Avevo fatto parecchie cancellature, cambiato parole, le avevo riscritte corrette, controllando sul Nuovissimo Dizionario che le lettere doppie fossero esatte e le 'h' al posto giusto.
Arrivata alla frase ultima, il telefilm stava finendo. «Buona giornata», diceva Archie Goodwin al detective Nero Wolfe. «Oh, non direi!» rispondeva lui, che era nella serra intento a zappare le orchidee, «la Cattleya Amethyglossa è malata! È arrivato il nuovo fertilizzante che abbiamo ordinato al negozio di Compton Street?».
[da Le descrizioni, Bologna, Perdisa pop, pp.72-73, in uscita oggi]

domenica 25 marzo 2012

Estratto e-book di 'Le descrizioni'

Potete intanto scaricarvi gratuitamente un estratto dell'e-book di 'Le descrizioni' a questo indirizzo:
http://www.bookrepublic.it/book/9788883725838-le-descrizioni-estratto/
Da mercoledì 28, il romanzo è in libreria, edito da Perdisa.




giovedì 22 marzo 2012

Democrazia

La Rossana abita nell'appartamento al piano di sopra, va in quarta elementare ed è la mia migliore amica. Ogni pomeriggio, mentre Sara studia in salotto con le sue compagne di Università, ho il permesso che giochiamo in camera mia alle interviste dei personaggi Vip.
Le interviste sono un genere di conversazione libera di nostra invenzione e a volte io e la Rossana crepiamo anche dalle risate per gli argomenti e i personaggi che intervistiamo. Don Lurio, per esempio, papa Paolo VI, Diana Ross, Felice Gimondi.
Le domande che il giornalista pone possono essere le più disparate. Non fissiamo limiti in nessun caso: si può chiedere tutto quello che si è curiosi di sapere.
Prima di cominciare l'intervista, una di noi, a turno, chiude gli occhi, apre la “Settimana enigmistica” di Sara e punta il dito indice sulla pagina, a caso indicando una parola. E questa, col suo significato, è obbligatorio che la usiamo nell'intervista.


 
 Democrazia saltò fuori quel pomeriggio.
La Rossana ebbe l'idea del personaggio Vip da intervistare: un principe.
«Quale principe?» chiesi. In Italia infatti non c'è il re ma il presidente. L'Italia è una repubblica, dice la maestra.
«Il principe Valerio Borghese», disse la Rossana.
«E chi è?».
«Se non lo conosci, tu fai la giornalista».
«Va bene. Buongiorno signor principe», dissi.
«Buongiorno signorina giornalista».
«I nostri amici della televisione Primo Canale vogliono sapere da te perché sei diventato personaggio Vip».
«Perché ho fatto una cospirazione».
«Cosa intendi?».
«Ho formato una banda criminale che con la forza voleva comandare l'Italia».
«Ma in Italia governa il presidente».
«Ho detto comandare, non governare».
«Con la forza, solo i banditi si impongono».
«Io non sono un bandito: sono un principe».
A quel punto, mi sedetti alla scrivania. Feci finta di staccare la cornetta di un telefono immaginario collegato al muro e dissi: «Pronto, polizia, qui c'è un principe che odia la democrazia».
«Che cos'è, signorina giornalista, la democrazia?».
«Che l'Italia, la governa il popolo italiano».
«Il popolo? Tu non saresti capace di governare nemmeno una mosca! Io sono il capo supremo e della democrazia, me ne infischio!».
«Sei in arresto, allora».
Il principe-Rossana scappò in bagno. Si chiuse dentro girando la chiave nella serratura.
Corsi davanti alla porta: «Esci di lì!».
Picchiai tanto che alla fine si arrese.
«La legge è uguale per tutti, caro principe», dissi.
[da Le descrizioni]

giovedì 1 marzo 2012

4 marzo 1943

La domenica seguente mia madre e Sara litigarono furiosamente.
Avevano appena finito di sparecchiare la tavola. In tivù c'era un programma di musica pop. Il presentatore intervistava il cantante Lucio Dalla che è diventato famoso perché al Festival della Canzone Italiana di quest'anno si è classificato al posto numero tre.
La sua canzone, Sara mi ha detto che parla di un bambino che sua madre partorisce in un porto di mare e il padre è sconosciuto. L'unica informazione su di lui è che è sbarcato un giorno da una nave e dunque dev'essere un marinaio o un capitano di vascello, direbbe Gigi. Il presentatore domandò a Lucio Dalla se quell'idea gli era venuta su ispirazione della sua vita personale. Lucio Dalla rispose che sua madre lavorava come sarta nella città di Bologna veramente, e suo padre era morto quando ancora era bambino e comunque da vivo dirigeva un centro dove per sport uccidono gli uccelli in volo e poi il porto a Bologna non c'è, diceva. Il presentatore domandò perché il bambino protagonista della canzone, aveva deciso di chiamarlo Gesù, come Gesù il figlio di Giuseppe e Maria. Lucio Dalla rispose che gli era sembrato poetico un nome così.
«Poetico?» disse mia madre. «Scherza coi fanti, dice il proverbio, ma non scherzar coi santi!».
«E perché sarebbe vietato chiamarlo Gesù?» disse Sara. «Perché è il figlio di una puttana?».
Mia madre prese la sorella per la spalla: «Senti, signorina, che sia l'ultima volta che ti sento dire certe parolacce, intesi?». La faccia le era diventata come di cuoio.
«Altrimenti cosa mi fai?» disse Sara. «Mi proibisci di guardare la televisione come mi proibivi di parlare con Gianni?».
Quando pronunciò la parola 'Gianni', che da molti mesi ormai è stata radiata dal vocabolario della famiglia e col divieto assoluto di nominarla (Gianni era il fidanzato della sorella che però già sposato era) capii che sarebbe scoppiato il putiferio. Anche se Lucio Dalla nella conversazione col presentatore aveva già da un po' cambiato argomento. Raccontò che da bambino aveva studiato al collegio, che un giorno sua madre gli aveva regalato una fisarmonica con la quale Lucio Dalla si era esibito alla recita scolastica e i suoi compagni lo avevano applaudito. Ma ormai il programma di musica pop non interessava più a nessuno, penso.
«BRUTTA SMORFIOSA», urlò mia madre, «LO SAI CHI CI VA, CON GLI UOMINI SPOSATI?».
«No, dimmelo tu ». Sara stava in piedi davanti alla tivù.
«Le donnacce, ci vanno», disse mia madre.
«Puttane», disse la sorella. «Si chiamano PUTTANE», ripeté.
Così mia madre le mollò una sberla.
In quel momento entrò mio padre che era stato in camera a prendere dall'armadio la vestaglia scozzese da infilarsi sulla camicia, per non sporcarsela. Vide Sara con gli occhi lucidi e la mano premuta alla guancia.
«Che cosa succede, ragazze?».
«Tua figlia si comporta come una poco di buono», disse mia madre.
«Questa qui!» disse Sara, «i preti le hanno messo in testa che bisogna arrivare vergini al matrimonio! SPIACENTE DELUDERTI, MAMMINA», le strillò in faccia, «MA CI SONO GIA' ANDATA A LETTO, CON UN UOMO, E CI HO ANCHE GODUTO!».   

 Il lunedì non si rivolsero la parola. «Mika, mi passi lo zucchero?» diceva la sorella tipo, mentre mia madre era seduta con noi al tavolo della cucina, stava proprio versandone un cucchiaino nel suo caffè, e teneva la zuccheriera stretta in mano, non la mollava.« Chiedi un po' a tua sorella se oggi pomeriggio intende lavarsi i capelli», mi diceva, «che in questo caso bisogna accendere lo scaldabagno già da stamattina». «Sara», dicevo, «ti lavi i capelli oggi pomeriggio?». «Non sono affari tuoi», rispondeva. Mia madre metteva nel lavandino le tazze e prima di prepararsi per andare alla ferramenta da mio padre, in tinello stirava delle camicie. «Stupidina», sentivo che diceva tra sé mentre premeva il ferro sull'asse, «TIENITELA STRETTA!» diceva poi a voce più alta rivolta verso la cucina di modo che Sara potesse sentirla, «NON DARLA VIA COSI' AL PRIMO CORNUTO!». La sorella chiudeva la porta sbattendola in uno schianto tremendo che faceva vibrare le pareti.
[remix da Le descrizioni]