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giovedì 18 maggio 2017

Descrizione dell’opera dell’artista Bill Viola, esposta nella mostra ‘Bill Viola Rinascimento elettronico’ - Palazzo Strozzi, Firenze – fino al 23 luglio 2017

Eclisse. La luna solca il cielo attraverso una finestra aperta, 1974, frame da videotape

C’è un video – ‘Eclisse’ (1974) - nel quale al di là di una minuscola finestra, la luce della luna attraversa il cielo scuro e a un certo punto, si allarga, va a sommarsi al lume della candela che è sul davanzale. Poi proseguirà il suo cammino. Fuori c’è la strada con tutti i rumori. È un passaggio incerto, dal buio alla luce (o dalla luce al buio).
È una linea sottile, quella tra la vita e la morte, dice l’artista Bill Viola, nessuno di noi vuole pensare a quanto sia fragile la nostra esistenza, ma per me la bellezza dell’universo nasce proprio da questa fragilità.
C’è una telecamera, con la livella fissa alla base del fotogramma (‘Livella’, 1973), maldestramente disposta a registrare l’interno di una stanza, la strada, un vicolo angusto. Invano l’occhio meccanico cerca di carpire quel che carpire non si può. Se non fosse per la presenza della livella, in verità, nemmeno ci accorgeremmo che siamo in movimento. Avere a disposizione un sistema di misurazione non ci salverà né tanto meno ci aiuterà ad avviare un’indagine sul mondo. Ci è piuttosto in-di-spen-sa-bile per prendere coscienza del nostro corpo, perciò.
C’è un uomo vestito che sbucando dal bosco, si arresta sul bordo di una piscina (‘Vasca riflettente’, 1977). L’uomo ci si tuffa. Il corpo rannicchiato rimane sospeso in aria. In osmosi con la vegetazione, man mano si dissolve. Scompare. E con il corpo scompare la sua ombra. Dallo specchio d’acqua, l’uomo risorgerà dopo parecchi interminabili secondi, nudo. Qualche anno fa, in un’intervista, Bill Viola aveva raccontato di quella volta che da bambino era caduto in un lago (dalle sue parti, nel Nord d'America, questi boschi alla Hemingway...) e aveva rischiato di annegare. Eppure, quando lo avevano salvato, riportato a terra, con riluttanza aveva lasciato la profondità dell’acqua. L’acqua increspata di luce è l’immagine più bella che abbia visto in vita mia, dice Bill Viola.
Uomo e donna in cerca dell'immortalità, 2013, frame da video
In un altro video ci sono ‘Un uomo e una donna in cerca dell’immortalità’ (2013). La coppia avanza nuda verso di noi. A un certo punto i due estraggono una torcia elettrica e cominciano a studiare gli anfratti del loro corpo in decadenza. Altroché i giovani e belli ‘Adamo’ ed ‘Eva’ (1515) di Cranach il Vecchio! Nasciamo già vecchi e la vita, ce la giochiamo tutta a studiare in solitudine noi stessi.
E ci sono i martiri (‘Serie dei martiri’, 2014), i corpi violentemente percossi dai quattro elementi. Non sono dei santi, i martiri. Bensì degli uomini che difendono i principi nei quali credono a costo di dar via la vita. Uomini con degli ideali? Sì. Non c’è bisogno di scomodare la religione per scovare degli eroi.
Penso che ogni volta che fai qualcosa che tocca l’interiorità dell’essere umano, dice Bill Viola, ogni cosa che emerga da noi stessi, da un luogo genuino, è un atto sacro. Tutto ciò che ci circonda è scaturito dall’ispirazione dell’aver trasformato il mondo materiale nella nostra visione interiore. Così i musei, per esempio, dice che lui li considera dei luoghi religiosi, spazi dello spirito.
La stanza di Catherine, 2001, frame da video
C’è la giornata della signora Catherine (‘La stanza di Catherine’, 2001): Catherine che compie i quotidiani esercizi di ginnastica la mattina, Catherine che cuce, Catherine che scrive (e si dispera), Catherine che si prepara per affrontar la notte… Nell’alternanza luce/buio, vita/morte. Catherine è una donna comune. E non può certo essere paragonata alle monache domenicane rappresentate nelle predelle di Andrea di Bartolo poste di fronte, donne che si sono votate a una vita ascetica, invece. C’è però, in entrambi i casi, una scelta di rigore, un metodo.
Ci sono le ‘Quattro mani’ (2001), mani di età e sesso diversi che compiono gesti familiari, ordinari, ma anche simbolici ed eroici.
C’è ‘Il sentiero’ (2001), che è il video tutto orizzontale di una pineta, nella quale, immerse nella bella luce dell’alba, sfilano persone di ogni ceto sociale e razza. Magari la vita fosse come quella pineta.
C’è ‘Emersione’ (2002), l’istallazione forse più celebre di Bill Viola - di sicuro l'avete vista - una Pietà sui generis, nella quale Cristo è un ragazzo dalla carnagione bianchissima, come la pelle fosse stata cosparsa di Borotalco, presenza spettrale, marmorea, quasi, al pari del sacello dal quale emerge al rallentatore. Il movimento del corpo è impedito dall’acqua che riempie il sacello, che strabocca a terra. Le donne che lo sorreggono e depongono sono pie donne del nostro tempo, con una delle due che esibisce una chioma vagamente rasta.
Sulla parete opposta della sala è appeso l’affresco staccato della ‘Pietà’ di Masolino da Panicale (1424, Museo della Collegiata, Empoli), che mostra una scena simile, ma Bill Viola dice che no, non era sua intenzione citare la storia dell’arte, operazione che gli sembra senza senso, dice, perché tutta l’arte è contemporanea, universale ed eterna. Vero, penso io.
Diluvio, 2002, frame da video
Anche il ‘Diluvio (2002), come lo intende lui, poco ha in comune con quello rinascimentale di Paolo Uccello per il chiostro Verde della chiesa di Santa Maria Novella, al quale viene contrapposto. Nella scena di Paolo Uccello, infatti, nonostante la catastrofe naturale, gli omuncoli continuano imperterriti il loro combattimento. Nel video di Bill Viola, invece, gli omuncoli loro discendenti dapprima camminano in tutta tranquillità davanti a un bel palazzo fresco di restauro. Poi, appena diventa chiaro che l’acqua inghiottirà tutto, eccoli scappare a gambe levate, ecco che cercano di mettere in salvo i loro oggetti. Ridicoli raccattatori di oggetti, già.
L’uomo del Rinascimento guerreggiava vincitore, l’uomo del Contemporaneo si accontenta di portar via la sua sedia preferita.
 Bill Viola dice che quando arrivò a Firenze – dove negli anni Settanta ha diretto un centro di produzione video – come prima cosa, lo colpirono i dipinti che facevano tutt’uno con le architetture. Dice che lui li ha immediatamente percepiti come una forma di installazione ante litteram, arte collegata al corpo.
E a proposito di Rinascimento elettronico, nel video ‘La traversata’ (1996), il soggetto che ci viene incontro sembra essere proprio lui, l’artista, o qualcuno che si è impegnato a farne le veci. È lui, l’artista, che si fa divorare dal fuoco. È sempre lui, che – nel video speculare – si lascia inondare da una cascata d’acqua. Nella manipolazione digitale degli elementi, scompare, riappare.
L’arte digitale ci travolgerà, come è accaduto con la rivoluzione industriale. Il ruolo dell’artista sarà sempre più importante, dice Bill Viola, la nostra visione dovrà comunicare conoscenza e compassione. Se no, andremo incontro a una rivoluzione vuota. Conoscenza e compassione, proprio così, dice.

martedì 26 novembre 2013

Descrizione dello spettacolo ‘Orchidee’ - regia di Pippo Delbono - Arena del Sole - Bologna - 21/23 novembre 2013

C’è la frase, scritta da Jack Kerouac, Questo mondo mi fa schifo ma non c’è un altro mondo nel quale andare…
C’è il Nerone imperatore agghindato come da copione dell’opera di Mascagni. «Nerone», ci dice Pippo Delbono, che siede in fondo alla platea, nell’oscurità, con la sua giacchetta gialla, «non fu destituito dal trono a causa dello scandaloso comportamento libertino, bensì obbligato a soccombere dal senato romano, al quale si era opposto». Ma dài.
C’è papa Ratzinger che davanti alle acrobazie ginniche della squadra di giovani e muscolosi atleti, si addormenta (oppure dorme già). C’è l’ex consigliere Nicole Minetti, prima tutta chiappe in pedana poi nell’intervista che dice: «Prima di tutto io sono una donna». Ma pensa.
Questo mondo mi fa schifo ma non c’è un altro mondo nel quale andare… No.
C’è invece il braccio esanime ed esangue di una madre deposta sul letto di morte, le ultime parole pronunciate (quali saranno le nostre, eh? Ve lo siete chiesto mai?), e poi le parole che ha pronunciato quando era in vita, che hanno fatto ridere e imbarazzato, perché mettevano in piazza i fatti della famiglia, ché li raccontava al panettiere… (Pippo Delbono, ti capisco: succedeva anche a me. Mia madre se ne usciva sul balcone e parlava con la vicina del balcone dall’altro lato della strada!)
Questo mondo mi fa schifo ma non c’è un altro mondo nel quale andare… Così.
E di fronte alla morte - ditemi un po’ voi, che forse lo sapete - delle massime dei filosofi, degli slogan poetici, letterari, che cosa diavolo ce ne facciamo? Ditemelo su.
«Avete qualcosa in contrario», dice il regista, «a che io vi racconti questi fatti, di me?... Chi lo stabilisce, che a teatro ci si debba divertire?». E per non scontentare del tutto il pubblico, spedisce in platea un attore, a offrir due pasticcini.
«Il teatro, dice Bergman», ci dice Delbono, «sono due persone che s’incontrano. Tutto il resto è secondario». È proprio così.
Finché sul palco si materializza un’attrice, che ci confessa che questo regista, il teatro lo annoia proprio… e così, anziché recitar la sua parte, lei ha avuto l’idea di organizzarci una bella asta: la messa in vendita dei quadri di quella sua parente defunta… «Per tirar su un po’ di soldi», dice, «di questi tempi». La vita è fatta di opportunità, relazioni, si capisce.
Questo mondo mi fa schifo ma non c’è un altro mondo nel quale andare…
Perché c’è la vita vera e la vita fasulla. Carne vs. plastica.
Le orchidee, per esempio, sono un perfetto caso di ‘imitation of life’. Per capire se un’orchidea è autentica, è infatti necessario toccarla. Conviene allora - così dice una signora alla sua amica, ci racconta il regista – tenerne in salotto due esemplari: uno coi petali, l’altro finto.
Ma allora, direte voi, che cosa aspettiamo a scatenare la rivoluzione?
Su questo punto, Jean-Paul Marat taglia corto: «A che serve fare la rivoluzione?» dice, «siamo solo dei pezzenti». Tzàc. Oppure «pachidermi», dice Pippo Delbono, «animali molto soli». Molto, dice.
E il suo ballo sul palco, squinternato, sbilenco, è solitudine, follia pura. E tra i due, la follia pura è la dimensione più sana, credetemi.
E gli attori di questa stramba compagnia… il sordomuto Bobò, per esempio, gettato sul palco dopo quarant’anni di manicomio… be’, quelli siamo noi. Bobò c’est moi.
Questo mondo mi fa schifo ma non c’è un altro mondo nel quale andare… Non c’è, no.
È corretta la frase di Anaïs Nin, quando dice: «L’artista si fa artista perché ha bisogno di crearsi un mondo in cui vivere, un luogo nel quale ricrearsi, quando è spossato dalla vita». Esatto, Anaïs.
 
 
 
 

lunedì 30 settembre 2013

Descrizione del Pdl

Sono classificati tra i mammiferi coprofagi, i maiali. Quelli neri, in particolare, allevati in Asia, si nutrono esclusivamente di escrementi umani. La loro carne, apprezzatissima, è servita laggiù in ristorantini tipici specializzati.

domenica 29 settembre 2013

Descrizione del Pd

Sono animali, i bradipi, che del fatto che sono morti, se ne accorgono dieci minuti dopo che non ci sono più.

sabato 27 aprile 2013

Descrizione dell’opera dell’artista Nam June Paik, esposta nella mostra ‘Nam June Paik in Italia’ – Galleria civica di Modena – fino al 2 giugno 2013



TV Candle, 1975
Stiamo parlando di un buffo coreano che nel giorno delle sue esequie, alle quali presero parte artisti come Merce Cunningham, Yoko Ono, Christo – celebrate il 3 febbraio del 2006, nella prestigiosa cappella funeraria Frank E. Campbell, sulla Madison Avenue, NY – lasciò scritto che voleva fossero distribuite delle forbici individuali, con le quali ciascun partecipante agevolmente potesse tagliuzzare la cravatta del proprio vicino. Così il caro estinto già aveva operato, nel lontano 1960, in occasione di una celebre performance, durante la quale ‘aggredì’ il musicista John Cage, non prima di avergli fatto lo shampoo.
Stiamo parlando di un tizio che nel 1965, fece esibire una violoncellista in topless - sì, proprio così! -con due microvideo spenzolanti agganciati ai seni, sul palco del Carnegie Hall, a un certo punto sostituendosi al violoncello stesso (Sextronic Cello, 1965). E l’esecuzione fu interrotta, naturalmente, Charlotte Moorman in fretta e furia fatta rivestire, accompagnata in questura. «Forse voi siete una precorritrice!» le disse il giudice, «forse tra dieci anni, queste cose, al Carnegie hall, si potranno fare!». Non ci conterei.
Parliamo dell’artista che è stato l'autore del primo programma televisivo intercontinentale, in simultanea trasmesso in Europa, America, Asia, una diretta nel primo giorno dell’anno (Good Morning Mr. Orwell, 1984). E quando gli domandarono: «Perché la Tv?», Nam June Paik candidamente rispose: «Sono un povero uomo, provengo da un povero paese, dunque sempre devo tenere presente il mio pubblico». Olè.
Lo si nomina come artista visivo, Nam June Paik, ma si fa per dire, dato che al pari dei suoi colleghi del movimento Fluxus, di pennelli, colori e tele, se ne infischia. Studia musica al Conservatorio, piuttosto, tra il Giappone e l’Europa. Parte dalla dodecafonia di Arnold Schoenberg, e va a finire coi sintetizzatori della musica elettronica; in Germania entra nell’équipe di Karl-Heinz Stockhausen. Sembra a caccia di scandalo, e invece è uno che in realtà fa sul serio, eccome.
In questa mostra, che assolutamente vi consiglio, si vuol far vedere il legame che ebbe con il nostro paese, che l’artista diceva di amare soprattutto in virtù del suo amore per la musica d’opera. «Adoro l’opera lirica», diceva, «perché in essa, come nella musica elettronica, c’è tutto: musica, spazio, movimento».
Maria Callas, 1995
Ci sono quei buffi robottini che s’inventò negli anni Novanta, assemblaggi di vecchie radio, oggetti elettronici, minuscoli monitor, impiastrati di colore, dedicati ai miti dell’opera, appunto, come il Robot 5 (1995), intitolato al big Luciano nazionale, oppure Maria Callas, con la testa a forma di altoparlante e i ferri da stiro per piedi. Detto fra noi, il ferro da stiro non so se alla divina sarebbe piaciuto…
Camminando da una sala all’altra, vengono in mente le riflessioni che Nam June Paik sempre s'è fatto sul rapporto Oriente/Occidente (Young Buddha on Duratrans Bed, 1989-1992), laico/ religioso. Sacro e Profano, per esempio, 1993, mostra una provocante signorina nuda che ammicca facendo capolino oltre due monitor televisivi, mentre sopra di lei, nella stessa posa, se ne sta distesa una serafica divinità orientale.
A proposito di sacro e profano, tengo a ricordarvi che a questo burlone performer, armato della prima telecamera lanciata sul mercato dalla Sony, venne l’idea di filmare il traffico di New York, nei convulsi giorni che accompagnarono la visita di papa Paolo VI (Café Gogo, 1965). Per quelli di voi ai quali interessano i primati, corre leggenda che si tratti del primo video d’arte della storia.
Le opere dedicate all’Italia, alla sua geografia turistica, sono dei piccoli monitor dalle cornici scintillanti, oltremodo trash, incastonate di pietre, con l’antenna da insetto meccanico ficcata in cima. Contengono simboli orientali, figurine di personaggi famosi, stereotipi. C’è una Venere botticelliana, per esempio, la conchiglia-piedistallo che le si apre sotto i piedi, il golfo di Napoli sullo sfondo, che ha la faccia del segretario di stato americano (Hillary Clinton, 1997).
A proposito di Hillary, bisogna registrare un aneddoto, davvero spassoso. Nel 1998, Nam June Paik – già famoso, Leone d’oro alla Biennale del 1993 - in occasione di una cena ufficiale, fu invitato dai Clinton, alla Casa Bianca. L’artista, che si muoveva all’epoca in carrozzella, decise di presenziare alla cerimonia servendosi di un deambulatore, che riteneva ausilio motorio più dignitoso e consono alla formalità della situation. Si racconta che all’improvviso, mentre faceva per stringere la mano alla First Lady, i pantaloni gli scivolarono giù, scesero fino alle ginocchia, e che sotto fosse praticamente nudo. La Clinton andò su tutte le furie, of course. Un affronto politico? Il re è nudo, appunto? Una fatalità? Non s’è mai saputo.
E il bello sta proprio lì: con Nam June Paik, non si sa mai dove si va a parare.
Eppure l’opera che io preferisco di questo artista provocatore, e che ho ritrovato esposta, è uno dei lavori più delicati e poetici nei quali, ragionando di arte contemporanea, mai mi sia imbattuta. È una scatola televisiva, niente poco di più che un involucro vuoto, di un vecchio apparecchio degli anni Sessanta, che al suo interno custodisce un’esile candela accesa (For Philip, 1975). Philip Corner, il pianista al quale l’artista la regalò, racconta che quel giorno, ricevendolo nel suo loft newyorkese, Nam June Paik gli indicò una gran massa di carcasse televisive, che teneva ammucchiate  in un angolo, e gli disse: «Scegline una. Poi, a casa, mettici dentro una candela». «Che tipo di candela?» disse Corner. «Una qualsiasi», disse Nam, «basta che sia accesa».
Ecco, per me, in quel ‘basta che sia accesa’, c’è il cuore di ciò che Nam June Paik ci ha voluto dire.




 
 

sabato 30 marzo 2013

Descrizione dell’opera dell’artista Mario Ceroli, esposta nella mostra ‘Faccia a faccia’, al Mambo di Bologna, fino ad aprile



Battaglia, 1978
«Il quadro dietro al divano, lo detesto», disse Mario Ceroli intervistato, un giorno di quarant’anni fa, e infatti. Le matite alte un metro circa che si stringono compatte in un tridimensionale tappeto di punte legnose (Primavera, 1969) alle spalle del sofà, nel mio soggiorno, faccio fatica a pensarle.
Nemmeno ci vedrei l’oasi di bandiere bianche che si afflosciano sui pali conficcati nel rettangolo di sabbia del Progetto per la pace e non la guerra (1969), no.
Ecco un artista che si gode lo spazio, penso.
E appena entro, in lontananza, subito la avvisto, al centro della sala maggiore. È la famosa istallazione La Cina (1966), gli uomini-sagoma in marcia disposti lungo file parallele, collegati da un tubo ferroso che li trafigge nel petto, scandisce il loro passo. Formeranno pure l’esercito di Mao Tse-Tung, il Grande Timoniere, ma a me, hanno sempre messo in testa gli omarini del Calciobalilla… trasformati in un formato gigante, si capisce, da un Geppetto artistoide che va pazzo per il bricollage, Hobby & Legno, quelle robe lì.
No, Mario Ceroli, secondo me, è uno che si diverte un mondo. E quando gli artisti si divertono, anch’io mi diverto.
Me lo immagino mentre con gusto ritaglia (dato che dichiara di far tutto da solo, senza l’ausilio del falegname) le sue figurine di legno (pino di Russia), le incastra e ricompone su piani diversi. Da lì viene, penso, il titolo della mostra, ‘Faccia a faccia’, ovvero: positivo/negativo, dritto/rovescio, buona/cattiva coscienza. Perché quel che salta fuori, da tutto quell’incastrare, alla fine, e incredibilmente, è una singola figura! Unica eppure sfaccettata, moltiplicata su se stessa. Come a dire che ogni uomo è diverso dall’altro e anche da se stesso, ha le sue personali complicazioni che possono perfino essere contraddizioni, e del tutto inspiegabili. E niente si può fare per regolarizzare la cosa.
Viene in mente il pensiero espresso da Michelangelo, quando diceva che scolpire significa sottrarre materia alla materia, coi suoi contemporanei che, ci giurerei, lo prendevano per matto. «Io voglio sovrapporre», dice Mario Ceroli invece. E le sue sagome infatti mai sono a tutto tondo, mai. D’altra parte nessuno di noi lo è, penso. C’inventiamo i nostri comportamenti imprevedibili, e per fortuna. Che noia sarebbe, sennò.
«Non chiamatemi artista del legno», dice. Fin dagli esordi, negli anni Sessanta, nel contesto della cosiddetta Arta Povera, a Ceroli è sempre piaciuto usare anche legno di recupero, tavole di compensato, materiale da imballo. «Dal legno bruciato traggo una particolare soddisfazione», disse. Alberto Burri docet? E per forza, rispondo io. Perché un pezzo di legno bruciato è come la faccia di un uomo che soffre. Descrivere un pianto scrosciante è infinitamente più interessante che descrivere una risata sguaiata, si sa.
Centouccelli, 1967
Delle sagome bruciacchiate compaiono nella serie Dietro la rete (2010), sul fondo di rettangoli in rete metallica, appunto, fissata a mo’ di scatola all’incasso di legno. Sono i gesti anneriti di uomini intenti a far qualcosa, eppure imprigionati. Ed eccolo lì, il web, lo scherzo della vita reale fagocitata dall’algoritmo della relazione virtuale. Possiamo parlare di paralisi del sudore?
Mi guardo intorno.
Non c’è la Cassa Sistina (1966), no. Fece scalpore, Ceroli, confezionando o meglio imballando un box in legno compensato, di quelli per trasporto, con sopra scritto ‘fragile’ ecc., sul quale aveva ricavato un tetto a spiovente da chiesa, e che riempì di attrezzi da lavoro. Peccato, peccato.
C’è invece una enorme gabbia che contiene un’altra gabbia che a sua volta contiene una terza gabbia con dentro la sagoma annerita di un uomo seduto (Centouccelli, 1967). Che è una bella metafora, per chi ama le metafore, chiaro. Io, non sempre.
C’è un gruppo di cavalli-sagoma, altezza naturale, con in sella cavalieri che sollevano bastoni con stendardi di stoffa colorata (Battaglia, 1978). Paolo Uccello? Oh yes, a lui si pensa:  Rinascimento, positività, progetto smarrito.
Mi fermo a guardarla. È un’istallazione di una bellezza che lascia sgomenti, credetemi. «Voglio essere sulle piazze», disse Mario Ceroli, «in grandi spazi». E questo esercito equino bisogna immaginarselo proprio su una piazza, ma non solo; anche dentro il cortile di un palazzo, in cima a un colle, dentro un giardino, perfino…

Dietro la rete, 2010
C’è poi Il raccoglitore di miele (1991): l’uomo-sagoma si arrampica su un bastone di forma ellittica con a fianco uno pseudocesto che deve riempire del prezioso alimento. L’agricoltore può diventare un autentico funambolo della natura, già.

C’è l’impronta di un uomo, per terra, cosparsa di cenere, stampata su un piano di legno, arso, naturalmente (L’amore per la terra, 1991). E ci sono quattro campane con sopra le magiche parole ‘aria’, acqua’, ‘fuoco’, ‘terra’, rette in cima a dei bastoni, tirate in cielo da corde: L’accordo dei quattro elementi, 1976. Magari.
E poi si cammina più leggeri.
…Pensate che nei Planisferi (1990), nella geografia delle terre, quelle emerse sono ricavate niente poco di meno che in foglia d’oro! Noi umani siamo dunque così importanti? Boh.
C’è infine un’opera, che ci riporta coi piedi per terra, dal titolo a dir poco eloquente, La strada della politica negli ultimi cento anni, 1989 – i titoli di Ceroli sono sempre stratosferici -, sulla quale, da un grumo di colore, sulla tela, si staccano falce e martello e croce uncinata… e  degli uomini microscopici, tutti in fila, si muovono in cammino, quei simboli seguendo o inseguendo, a seconda di come la vogliamo vedere.
Così sorge spontanea la domanda: può l’umanità sopravvivere alla scomparsa dei simboli?
Io, l’arte contemporanea, la adoro per questo. Perché parte da un pezzo di legno e arriva alle nostre budella.

                                 
 

mercoledì 20 marzo 2013

Descrizione del film ‘Viva la libertà’, regia di Roberto Andò, marzo 2013 - tratto dal suo romanzo ‘Il trono vuoto’, Milano, Bompiani, 2012

C’è un leader politico che va in panico. È possibile? ci domandiamo. Ebbene sì.  È lì che deve salire sul palco, prendere la parola in un comizio elettorale, e invece cerca scampo alla toilette. Come un drogato di auditel interpella i sondaggi online sull’indice di gradimento riservato alla sua persona… E già in questa partenza, chissà perché, si respira un’atmosfera familiar-nazionale.
C’è un leader che davanti all’immensa platea dei suoi elettori, all’improvviso realizza che non ha più niente da comunicare. Per dirla alla Jovanotti, il capopartito ha perso la direzione.
C’è un politico che decide di scomparire dal suo ruolo di politico per ricomparire in quello di uomo. E per raccapezzarsi, pensa di fare un salto a ritroso nel tempo, cercare di ricordarsi com’era quando tutto è cominciato. Quando tutto è cominciato, già.
C’è poi una donna che quest’uomo ex politico, lo ha amato, quando era un ragazzo e aveva sogni, energia, e in testa la certezza di rivoluzionare il mondo con le sue idee, forse, o in ogni caso la voglia di renderlo meno schifoso. C’è una donna che gli dà asilo senza chiedergli perché.
C’è un filosofo, degente appena dimesso da un ospedale psichiatrico, che del leader politico è il fratello gemello, e i due sono così sputati identici che il trucco per ingannare tutti è subito servito. C’è un filosofo che una cartella medica descrive come ‘affetto da disturbo bipolare con percezione alterata della realtà’. Oh, è proprio l’uomo che fa per noi, viene subito da pensare.
C’è dunque un filosofo matto al quale assegnano il ruolo di politico assennato. Inutile dire che in quei panni ci sta a meraviglia, fa una gran figura. Ci prende gusto, perfino. A tal punto che con un colpo da maestro, oplà! supera la performance del politico.
C’è una frase, che il filosofo diventato politico interrogato da un giornalista dice, e cioè ‘l’unica alleanza possibile è quella con la coscienza della gente’. Altroché inciuci; l'etica in parlamento, piuttosto.
C’è lo stesso uomo, del tutto a suo agio nella funzione di politico-filosofo, ormai, che macina pillole di Socrate e Aristotele, legge Brecht, parla di paura, cambiamento possibile, comunicazione diretta, e a un certo punto, salito sul palco, davanti a uno sfondo fitto di parole, dice ‘qui, signori miei, ce ne manca una di parole: passione’.
C’è un matto che sta dentro e allo stesso tempo fuori dal mondo, e in questo modo, il mondo con lucidità riesce a guardare, e sul mondo a costruire un progetto. E questa è un’idea che così matta non è, a pensarci.
Né è folle il tango che il filosofo balla con una pseudocancelliera bionda, che casca rapita tra le sue braccia. Non è folle quando al Quirinale, gioca a nascondino nella sala dei mappamondi, con il presidente della Repubblica, tirando in ballo Shakespeare, l’essere e il non essere e il divenire... Non è folle quando, intervenendo al party della combriccola dei matti che sono stati i suoi amici, davanti al timido portaborse (Valerio Mastrandrea, che è una specie di nuovo Nino Manfredi, penso), si lancia in uno sfrenato rock and roll acrobatico.
Far sì che la vita vera entri nella politica non è una pazza idea, no. Perché la politica senza la vita non è più politica.
C’è un leader di partito che alla fine, tutte queste cose, le capisce, e quando le capisce, ritorna sul trono che aveva abbandonato. Politico e filosofo insieme, in pace con il suo doppio. E chi dei due più aiuterà l’altro, se Pierluigi Bersani Massimo Cacciari o viceversa, non lo sappiamo. Se dovessi dire, io penso Massimo Cacciari, ma chissà.
Significativo è che quest’uomo politico che se stesso ha ritrovato (interpretato da quel genio che è Toni Servillo) sieda, nella scena finale, vestito di tutto punto, alla scrivania, di nuovo nel suo ruolo, sì, ma con le scarpe abbandonate a terra, lì di fianco. Come a dire che da scalzi bisogna ripartire.

 

 

 

domenica 24 febbraio 2013

Descrizione della mostra dell’artista Jan Bas Ader – Tra due mondi - Villa delle Rose, Bologna – fino a marzo 2013

Westkapelle, Holland, 1971, foto a colori
C’è la storiella che si racconta, di un Jan Bas Ader bambino che per l’intero semestre, a scuola, componeva i suoi disegni su di un unico foglio, cancellando poi le figure, per far posto alle nuove, a loro volta cancellate così che il foglio alla fine sempre vuoto era. Come dire: «Quel che m’interessa è dare forma alla mia idea. Quando l’idea sulle sue gambe cammina, chi se ne frega della forma».
Chi se ne frega dell’arte? dice l’arte e tutto quel che ha fatto nella sua breve vita Jan Bas Ader. Questo ragazzo è il più grande artista concettuale al quale l’Olanda abbia dato i natali e della sua arte, unico incontrastato protagonista.
C’è un video, per esempio, nel quale Jan Bas Ader sta in piedi, le braccia parallele, al centro di una strada lastricata che attraversa un parco, e sullo sfondo vediamo il faro di Westkapelle, quello del celebre dipinto di Piet Mondrian (Westkapelle, Holland, 1971). Jan cerca di rimanere dritto, ma poi solleva un piede; finisce che perde l’equilibrio, ruzzola a terra. Altroché eliminare la direttrice diagonale, perpetua ossessione di Mondrian. Altroché scacciare ‘il predominio del tragico nella vita attraverso l’arte’. Guardare il tragico come si manifesta nella vita, semmai, dice Jan, con effetti che, non crediate, possono perfino essere esilaranti.
C’è Jan Bas Ader su una roccia, e dietro di lui il mare in tempesta, Jan che mostra il cartello ‘Fire’, una specie di Monaco in riva al mare alla C.D. Friedrich ma in una versione allarmistica che fa sorridere (Untitled – The elements, 1971). E viene in mente la definizione che Jean Baudrillard diede dell’ironia, quando disse che è ‘unica forma spirituale del mondo moderno’. Ha ragione. Ci si ricorda della fierezza con la quale, oltre quattro secoli prima, Albrecht Dürer si era autoritratto (Melancholia I, 1514) e bene si capisce il destino sfigato dell’intellettuale oggi. Platonismo addio. Ingegnarsi su come stare a galla palleggiando i propri pensieri.
Untitled, The elements, 1971, foto a colori
C’è un uomo, sempre lui, Jan, che di una scatola in cartone ha fatto la sua casa. L’ha piazzata nel mezzo di un bosco. Ci sta seduto dentro, si prepara il tè delle cinque. Poi la scatola si chiude e l’uomo scompare. C’è una scatola nel bosco. Apparire/scomparire (Untitled – Tea party, 1972).
Lo stesso uomo piange, in un video, immobile; la telecamera spietata inquadra la faccia umida di lacrime, le smorfie di dolore che la contraggono. Eppure non ci sono lamenti, il video è muto. Questo è il mio atroce dolore, e lì niente c’è di concettuale (I’m too sad to tell you, 1971).
E niente c’è di concettuale nella scritta gigante che campeggia sul muro della galleria, cancellata per metà, per un attacco di dignità, forse; ‘Please don’t leave me’, dice. Sto da cani, hai capito? Le mie parole sono lì che te lo dicono. Le parole sono tutto quel che ho per dirtelo.
Poi c’è l’uomo-che-cade. Dal tetto di una house americana, dove se ne stava acrobaticamente seduto su una sedia. Da una bici che devia, lungo una strada di Amsterdam, e va a finire giù dritta in un canale. Dal ramo di un albero, al quale l’uomo si è aggrappato, per lasciarsi andare nell’acqua di sotto (Fall I, Fall II, Broken fall - organic, 1975). E lì c’immaginiamo Mack Sennett, che una sera se ne vada a cena con Samuel Beckett, per esempio. Voglio dire, mica c’interessa chi dei due pagherà il conto, no di certo.
C’è che la vita degli uomini è costellata di micro/macro naufragi. A bordo di un cargo che affondò al largo della California, Jan Bas Ader dall’Europa raggiunse l’America, che aveva scelto come patria d’elezione. E su una barca a vela di pochi metri affondata nell’oceano Atlantico, s’interruppe la sua vita mentre dall’America tentava il ritorno in Europa. Molto romantico, direte voi, ma quell’impresa folle, perché? Per portare a compimento una performance che s’intitolava, pensate un po’, In search of the miraculous. No, pensateci. Era il 1975.
E infine dico: come si fa a non adorare un ragazzo che il giorno delle nozze, combinate con la gentile consorte in quel di Las Vegas, si presenta all’altare con tanto di stampelle?
 
 
                                        
 

 

 

domenica 10 febbraio 2013

Descrizione della regia al Macbeth di Verdi ad opera di Robert Wilson, allestimento del teatro comunale di Bologna, direttore d’orchestra Roberto Abbado – teatro comunale di Bologna – febbraio 2013

Non c’è alcun castello di Macbeth. La casa del cattivo eroe è la notte immobile e blu, desertata dagli oggetti. Perché due sole cose contano nella notte: gli uomini e la luce.
La luce illumina gli uomini e ce li fa vedere come per davvero sono, qual è la loro anima.
Non può che essere spietata, la luce. Brutalmente scopre una faccia, strappa un gesto dall’oscurità. La luce è basica, cristallina nel significato che fa riemergere: bianco accecante quando parla della smania di potere, rosso rubino quando parla di morte.
C’è un Macbeth-samurai senza onore, tronfio e compresso nell’armatura, con un bizzarro copricapo cornuto calcato in testa, nel primo atto. E c’è Lady Macbeth, geisha crudele che il kimono rigido più che aspirante sovrana, trasforma in eroina spaziale.
Le loro facce sono maschere coperte di cerone bianco, marcate dal trucco pesante degli attori del teatro kabuki. Shakespeare, sono sicura che avrebbe approvato; Verdi, non so.
Ci sono le streghe, gli incappucciati provenienti dall’oltretomba che tra le mani reggono degli strani misteriosi oggetti. Li voltano verso di noi e d’un tratto si capisce cosa nascondono dentro: uno scoppio di luce segmentata, un riflettore che acceca. Luce, luce, dunque. Le profezie possono far scoppiare il cervello: lustrini e morte.
E ancora, ci sono due strisce al neon di luce bianco incandescente che man mano cambiano di posto, nel buio del palcoscenico. Si spezzano nei lampi del temporale sul bosco, poi sono gli stipiti di una porta che Macbeth mai varcherà, oppure ancora sono i lati del tavolo del banchetto più spettrale e folle nel quale mai la storia del teatro ci abbia catapultato.
C’è la luna ogni tanto, che si assottiglia, si riempie, si muove su stessa. E un gigantesco parasole arancio che ruotando rotola sulla scena, e lì si capisce il colossale abbaglio, perché il sole di notte non c’è, è chiaro.
Gli incubi da sveglio di Macbeth sono la sedia sospesa sul tavolo del banchetto, alias spettro-di-Banco e gli otto scheletri-burattini, messi in fila, in ordine d’altezza decrescente, perfino, a spenzolargli alle spalle, ovvero gli spiriti dei predecessori che senza troppi complimenti ha fatto fuori.
Lady Macbeth, algida, che gli dice: «Voi siete demente!» è in assoluto la Lady più stilizzata nella quale ci si possa imbattere nella vita. E sfido Madama Butterfly a dire il contrario. Sfido Akira Kurosawa, anche, che pure del Macbeth si era appassionato.
La scena, bellissima, sempre, della macchia che non c’è, con Lady Macbeth che si sfrega e dice: «È qui tutt’ora… via, ti dico, o maledetta!» è tutta un oceano nero poi il rosso sangue attaccato allo sfondo, e in quel momento, pensi che niente al mondo, davvero niente dica il sentimento della colpa (o la colpa come sentimento) come quella macchia.
La frase di Macbeth, alla morte di Lady: «La vita, che importa?... È solo il racconto di un povero idiota», Bignami di Shakespeare che arriva all’improvviso, va insieme alle mani inondate di luce dell’uccisore, e in quel gesto bloccate ormai per sempre.
Tutto è statico come solo la fine della vita. Nemmeno la foresta si Birna si muove verso l’usurpatore.
La sua trappola, Macbeth, se l’è costruita da solo, l’ha scavata dentro di sé. È il suo ego. By bye love, bye bye happiness.
 

lunedì 14 gennaio 2013

Descrizione della regia multimediale di La Fura del Baus alla Trilogia romana di Ottorino Respighi - direttore Juraj Valčuha – orchestra del Teatro Comunale di Bologna - Teatro Manzoni – Bologna 12 gennaio 2013

C’è un sipario-schermo che separa gli orchestrali dal pubblico che è come una gigantesca retina oculare; assorbe immagini trasparenti, direttamente le filtra sul corpo dei musicisti, e sui loro corpi quelle immagini si attaccano, per poi miseramente andare in frantumi. Ogni tanto il sipario si alza e la storia sloggia sullo schermo applicato al fondo del palcoscenico; si allontana da noi che non siamo più nell’illusione fatata, più così partecipi.
Ci sono i tre elementi: fuoco (Feste romane), acqua (Le fontane di Roma) aria (I pini di Roma).
Dentro un rotolante cerchio infiammato si muove l’uomo di Leonardo (Circenses) che di rinascimentale niente ha più però, poveretto, perché le fiamme gli bruciano le chiappe, e la misura di tutte le cose sta da un’altra parte… Il fuoco avvolge perfino gli ignari musicisti. E dal fuoco è corretto che si cominci a raccontare, dalla sua dinamica distruzione.
E ci sono i pellegrini, le sagome attaccate allo schermo, che marciano verso Roma (Giubileo), volanti e aeree come certe figurine di Magritte, ma non facciamo paragoni.
Ci sono le strade, i palazzi della capitale, i muri sui quali passano spezzoni di film, il grande cinema, la vita, la morte, in tutte le epoche della storia, voci, urla, musiche, teatrini scandalosi, lo strazio, poi un personaggio si stacca dalla parete e ce lo ritroviamo in strada, in carne ed ossa, lì, che ci prende in giro, il marrano, fa il saltimbanco. E sì, lo sappiamo, che ogni pietra è storia e fare la storia significa calpestar pietre.
Gocce d’acqua piovana picchiettano la superficie a specchio della vasca ne La fontana di Valle Giulia all’alba e delle altre celebri fontane della Roma barocca, e le statue degli eroi si tramutano in aerobici trapezisti che di mitologico non han più niente; si divertono. Viene da pensare che l’acqua porti in sé qualcosa di festoso, il gioco dell’infanzia, la purezza (se la purezza esiste), uno slancio di spensierata sincerità. Quando si entra nell'età della vecchiaia, bisognerebbe ricordarsene, dell’acqua.
E ci sono due ragazzi, nudi, in fuga tra I pini di Villa Borghese. Si cercano, in realtà: lui insegue lei, le dà la caccia fino a un dirupo ed ecco che, in bilico sul precipizio, le loro braccia si trasformano in rami, i piedi in radici d’albero.
Ci sono file di alberi, nell’ultimo movimento, I pini della Via Appia, che marciano lungo l’antica strada come i soldati di un esercito vittorioso e tronfio, un bosco in movimento (alla Macbeth) che sbarca in città, tra trombe e fanfare. E l’aria diventa satura, come sempre quando si respira un vento di guerra.
No, preferisco vivere, si pensa allora.

sabato 22 dicembre 2012

Descrizione della mostra ‘George Grosz: gli anni di Berlino’ – disegni tra il 1912-1931 – allestita alla galleria De’ Foscherari Bologna – fino a febbraio 2013

Ci sono donne svestite dal corpo abnorme, le grosse mammelle spenzolanti, che agli uomini provocatoriamente mostrano lo sterminato sedere, e slanciando la linguaccia di fuori fanno marameo. Cleopatra è una di loro, la Regina delle Puttane (Cleopatra, 1920).
Ci sono donne vestite in accessoriati completi borghesi, stola di pelliccia al collo, piccole borsette in pelli di bestie rare: al parco spingono la carrozzina con dentro il diletto neonato (Il rampollo, 1930), scavallano le gambe nei caffè, si ritoccano le labbra, ante litteram effetto silicone (suine, in realtà), dilatano le narici, anch’esse scrofesche.
Ci sono gli uomini-che-odiano-le-donne (specie quelle che gli fanno la linguaccia, si capisce), pelati in perfetto stile Mussolini, uniforme militare con mostrine appuntate alle spalle (Agamennone, 1919): uomini che le donne, le anelano, ma quando ce le hanno davanti, strafottenti, piene di spirito, volentieri le farebbero fuori.
C’è l’arroganza del macho e la sua irrisione tutta al femminile (avete notato che i soggetti maschili di Grosz hanno sempre un sesso minuscolo?).
C’è una Notte di nozze (1923) tra sposini uomini, con uno dei due agghindato in pizzo e giarrettiera che all’altro sembra dire: «Caro?»… Spassoso! Esilarante!
C’è un pittore davanti al cavalletto, che ha poco da misurare la tela con squadra e goniometro…  tanto lì dentro, il donnone che gli fa da modello, nemmeno compresso su scala ultraridotta ci entrerà mai. Non a caso il titolo del disegno è Nuova Oggettività (1925): più oggettivo di così, in effetti.
C’è - nel senso che questi disegni ce lo ricordano in ogni istante – quella frase, ‘L’uomo non è buono ma è una bestia’, che Grosz s’inventò come titolo per una mostra ad Hannover, proprio in quegli anni; come c’è il sentore delle multe che pagò per ‘diffusione di oscenità’, per non dire delle oltre 200 opere che i nazisti gli distrussero nell’operazione di Arte Degenerata.
C’è la parola ‘Gewalt’, che sappiamo, in tedesco, ha il duplice significato di ‘autorità’ e allo stesso tempo di ‘violenza’.
C’è la regola sociale che comprime la coscienza facendo assomigliare gli esseri umani a ridicoli mammiferi in frac e che prima o poi, comprimi e comprimi ancora, finisce per liberare gli istinti più atroci (Arbeit macht frei, appunto).
No, altroché oscenità.

 

martedì 11 dicembre 2012

Descrizione di ‘Imitationofdeath’ – drammaturgia di Ricci/Forte – Teatri di Vita – Bologna – dicembre 2012

C’è il nastro giallonero, segnale di area pericolosa, che separa il palco dal pubblico, come a dirci: «Statevene lontano! Qui sopra si agitano dei pazzi!».
E sul palco ci sono sedici corpi spogliati che soffiano aria dentro dei sacchetti sul genere di quelli in dotazione sull’aereo, per raccogliere il vomito, sì… Il sacchetto salta per aria e il corpo senza respiro si contrae per terra, è scosso da convulsioni che sono più comiche che dolorose, in verità.
Ci sono gli stessi corpi che calzano scarpe foderate del medesimo nastro adesivo giallonero, che arrancando sulla loro stampella personale, si rimettono in piedi, ma le calzature hanno improbabili tacchi a trampolo, così scivolano di continuo, finché all’improvviso, oplà! ecco che si lanciano in una Mazurka sfrenata, a copie!
C’è una ragazza che racconta tutti i pompini che ha fatto nella sua giovane vita per ciascuno indicando il tempo preciso che ha impiegato a ottenere il mirabile risultato.
Poi il nastro giallonero è reciso e i corpi si presentano al cospetto del pubblico, tutti per mano, con orgoglio a mostrar gli organi genitali, e poi di nuovo in coppia, a stuzzicarsi i capezzoli, prendersi al guinzaglio per il pene, tutti con maschera individuale in dotazione.
Ogni tanto c’è l’annuncio di una fantomatica nomination agli Oscar, The winner is…
E c’è una ragazza che come in un talkshow Mediaset pone dei dolorosi perché sulla sua vita agli ‘amici’ che le fanno da pubblico, e che a turno corrono da lei, per spiattellarle nei denti una crudele risposta.
C’è l’hip hop che diventa tecno che diventa lirica che diventa musica da balera.
C’è esibizione di sé, vergogna, empatia, bisogno dell’altro, strafottenza, burla, presa per i fondelli, vita vera (nascosta) e vita finta (esibita).
Ci sono gli oggetti, i superflui patetici demenziali oggetti del desiderio di ciascuno! il bagaglio personale che ogni performer rovescia per terra, poi ci va a rovistare in mezzo, perché lì è quel che si è costruito, tutto quel che ama. «È la mia vita», ci dice mostrandoceli ad uno ad uno raggiante come un bambino.
E c’è la frase che qualcuno pronuncia, mentre trascina uno straccio a terra, tra segnali stradali e carrelli per la pulizia, che la sapevamo, ma la ripetiamo, non si sa mai: «È solo attraverso l’assenza di vita che si rappresenta la vita».
E infatti.

 

venerdì 30 novembre 2012

Descrizione dello Studio su ‘La classe morta’ di Tadeusz Kantor – regia di Nanni Garella – Teatro delle Moline – Bologna – novembre/dicembre 2012

Ci sono dodici vecchi, forse già cadaveri di se stessi, a gruppi di tre seduti ai banchi di scuola della loro infanzia, e ci sono i dodici fantocci di loro bambini.
C’è la Donna delle Pulizie, mastodontico orco che mette in riga la Classe, sbriga le Grandi Pulizie di Primavera, e tra un annuncio pubblicitario e uno matrimoniale, sul giornale legge dell’assassinio del principe ereditario d’Austria e così via, gli anni che si bruciano nella Grande Guerra.
C’è la stessa donna conciata in modo osceno, pornografico, la metamorfosi in baldracca… Si sa, mica è fatta di annunci matrimoniali, la vita.
C’è la Donna della Finestra, che da dietro un vetro slabbrato e sudicio guarda la Classe e dice: «Bambini, andate fuori a fare una passeggiata».
C’è la Prostituta Sonnambula che offre il capezzolo a tutti, basta aprire la zip.
C’è la Donna Madre, che per un crudele scherzo, i compagni di Classe tengono prigioniera, a gambe spalancate, in un parto grottesco, e c’è la stessa donna che culla una culla che sembra una bara e dice: «Voglio essere una coniglia».
Ci sono dodici vecchi che giocano a carte con gli annunci funebri della loro morte.
E c’è, continuo, un refrain, da organetto tipo, che dopo ventiquattr’ore ancora ce l’ho piantato in testa… Che mette la Classe in fila a marciare, un branco di soldati impasticcati, intorno ai banchi.
Ci sono dodici attori ex pazienti di ospedale psichiatrico e fin dall’inizio lo sappiamo, che le frasi che diranno sono le loro frasi, i gesti che compieranno i loro gesti.
 

sabato 24 novembre 2012

Descrizione della pre-registrazione per dare il voto alle primarie del Pd

C’è una donna che dice: «Questa non è la vostra sezione di zona che è invece quella in via S.V. che oggi è chiusa».
C’è la stessa donna che dice: «Siccome la vostra sezione di zona è chiusa, potete anche registrarvi qui».
C’è una donna che legge la mia carta d’identità e dice: «Il suo cognome, qual è?».
C’è la stessa donna che apre la mia carta d’identità e dice: «Il suo luogo di nascita, qual è?».
C’è una donna che rivolgendosi a M., sfoglia la sua carta d’identità e dice: «Il suo luogo di nascita è Bologna?». «No, Pisa», dice M. Così la donna scrive: Bologna.
C’è M. che dice: «Il mio luogo di nascita è Pisa». «Ho capito», dice la donna.
C’è una donna che invano cerca il nostro nome su una lista di nomi.
Ci sono io che dico: «Non ci può essere, il nostro nome. Perché, come lei ha detto poc’anzi, questa non è la nostra sezione di zona. È inoltre la prima volta che votiamo alle primarie del Pd».
C’è la stessa donna che dice: «La prima volta, ha detto?». «La prima», dico io.
C’è una donna che, con le nostre carte d’identità in mano, va nella stanza attigua, ritorna e dice: «Voi, l’ultima volta, alle primarie, dove avete votato?».
C’è M. che si strofina le lenti degli occhiali nel fazzoletto da naso gesto che compie quando gli sale il nervoso.
C’è la stessa donna che dice: «Controllate sul pieghevole che il vostro luogo e la data di nascita siano corretti». «Sul mio, manca il luogo», dico. «Ho capito», dice la donna. «Lei, dov’è nata?».
 

giovedì 1 novembre 2012

Descrizione di ‘Operetta burlesca’ Studio n.1 – regia di Emma Dante – allestita ai Teatri di Vita – Bologna – 31 ottobre e il primo novembre ‘12

C’è un panzuto imbonitore siciliano riciclato in cantante neomelodico che vuol convincere il pubblico a blaterare l’assurdo jingle di sottofondo allo spettacolo, la-la-la-la – oltre che a schioccare le dita… che finisce col dimenare le chiappe in un minicostume degno di Josephine Baker.
C’è una coppia di gommosi, ipercinetici ballerini argentini lanciati in passi di tango che - non si sa bene come - si trasformano nei salti di un rock&roll acrobatico.
C’è uno spogliarello da manuale, di quelli con la sedia, la guepiere: da manuale, sì.
E c’è la soubrette transessuale Stellina, la Prima Donna dello sgangherato show, che con emozione ci racconta il suo grande amore: di quel Principe Azzurro («‘Principe’ di nome, ‘Azzurro’ di cognome», dice), il commesso del calzaturificio, bello come un dio, che un giorno entra nella sua vita, e mai più ne esce.
C’è la voce stravolta di Stellina che racconta di quando Principe le dice, e senza troppi complimenti, che tiene moglie e figli. E quelle parole: «Be’? Le creature, le posso crescere io! Saremo una vera famiglia!», quel suo disgraziato sogno di normalità.
E da quel momento, la voce non la smette più, di raccontare: lo scontro, senza l’ombra della vergogna, con l’ignara moglie del suo amante; il timbro che – durante la tragicomica confessione - subisce un’inaspettata metamorfosi, e all’improvviso vomita la rabbia, la potenza del cuore maschile.
L’impurità, viene da pensare, può essere amore puro.
 

 

sabato 6 ottobre 2012

Descrizione del film ‘Reality’ – regia di Matteo Garrone

Ci sono le nozze in stile borbonico che vanno a morire nello stanzone muffito sopra un doppio letto matrimoniale.
C’è l’ex concorrente GF identico a uno che frequentava il Dams, eppure lui non è perché troppi anni sono passati ormai.
C’è il grillo aggrappato allo stipite del salotto che Luciano è certo essere l’occhio della telecamera lassù installata a spiare la sua vita.
C’è un robottino per miscelare la pasta dall’aspetto antidiluviano, che combinati così neanche negli anni Sessanta, che una vecchia sdentata crede trattarsi di alta tecnologia.
C’è il pescivendolo con figli a carico che in tivù si beve i concorrenti del reality show, palestrati, abbronzati, spregiudicati, allupati e pensa Devo essere lì, perché sono proprio come loro.
C’è una piazza di Napoli con la statua del Cristo che benedice al centro, che non so se esiste perché a Napoli mai ci sono stata, ma se esiste bisogna che ci vada.
C’è un prete che prima dice la parola ‘Essere’ poi la parola ‘Apparire’, che non sono parole da prete eppure non si vede l’ora che le dica.