«In una giornata così», disse un giorno il critico teatrale Harold Hobson, che con Samuel Beckett partecipava a un match di cricket, «è bello essere al mondo». «Non esageriamo», disse Beckett.
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venerdì 2 agosto 2013
giovedì 16 maggio 2013
Aneddoto quinto
Il 14 maggio 1931 Arturo Toscanini
è invitato al teatro comunale di Bologna, a dirigere un concerto in memoria di
Giuseppe Martucci, emerito direttore d’orchestra della città. In prima fila, in
platea, siedono il ministro Costanzo Ciano e il funzionario Leandro Arpinati.
Al cospetto dei due gerarchi fascisti, al direttore viene impartito l’ordine di
eseguire Giovinezza poi l’Inno reale. Quello di ripetere gli inni
fascisti prima dei concerti fa parte del protocollo. «No», dice Toscanini.
Getta la bacchetta a terra. Lascia il palcoscenico. In teatro è scompiglio
generale. All’ingresso laterale ci sono delle camice nere che lo aspettano.
Schiaffeggiano Toscanini. Il maestro si precipita all’hotel Brun. «Deve
lasciare subito la città», ordina il federale Mario Ghinelli, «altrimenti
rischia grosso. La pelle, per la precisione». La sera stessa, il compositore
bolognese Ottorino Respighi lo accompagna in stazione e mette sul primo treno
in partenza per Roma. Il 19 maggio, all’unanimità, l’Assemblea regionale dei
professionisti e artisti dichiara: «Deploriamo il contegno assurdo e
antipatriottico del maestro Arturo Toscanini». È a quel punto che il direttore
scrive a Benito Mussolini in persona. Sì, avete capito bene: Toscanini, su
tutte le furie, scrive una lettera di ferrea protesta indirizzata direttamente
al Duce. Poi lascerà l’Italia, i fatti andranno come sappiamo. Eppure, non so
voi, ma a me l’immagine di Arturo Toscanini, seduto alla scrivania, intento a
comporre una lettera di lamentele al nano dittatore, mette di buon umore.
martedì 18 dicembre 2012
Aneddoto quarto
Sono in coda alla cassa Coop, quando un
gruppo di studenti, dall’esterno, direttamente arriva alla cassa. Girata
in testa una ragazza porta la corona d’alloro del neolaureato: trucco vistoso,
miniabito in lustrini rossi, calza su guêpière,
tacco a spillo. Sulla schiena nuda le vedo appiccicato un cartello con la
scritta ‘dottore nel buco del cul’. I compagni, dietro di lei, sono allegri.
Bevono dal cartoccio del Tavernello, urlano: «Vaffancul vaffancul!», si spingono
tra di loro, fanno cadere i cesti impilati del supermercato, ridono fino alle
lacrime. Sono entusiasti, ma cosa vogliano dalla cassa Coop non è chiaro. Finché la
ragazza con l’alloro si avvicina alla cassiera e dice: «Fammelo provare!».
Indica il piccolo microfono collegato al banco, che la cassiera usa per richiamare
i colleghi presenti in sala, controllare un prezzo. «Come, scusa?» fa. «E
dai! Fammi cantare un pezzo!» dice la ragazza. Si è seduta nello scivolo della
cassa, dove rotola la merce. «E dai!» dicono i compagni, «si è appena laureata! Falla sfogare!».
In silenzio la cassiera batte sui tasti numerici. È una ragazza indiana o
pakistana o bengalese, chissà. È sempre serissima. La neolaureata si sfila le
scarpe, le getta per terra. «Uff!», dice, «che mortorio, ragazzi!». Le calze le
sono scese alla caviglia, si sono lacerate. «In che materia ti sei laureata?»
le dico. «Giurisprudenza». «Cosa vorresti fare nella vita?». «Boh», dice. «Vediamo.
La cantante».
mercoledì 5 dicembre 2012
Profumo nella città di P. - Aneddoto terzo
Le profumerie aprono in gran numero, nella città di
P., perché agli abitanti profumarsi piace. Esco dalla stazione, imbocco via
Garibaldi e ne supero una, due, tre, quattro perfino, di profumerie, a pochi
metri l’una dall’altra, e tutte che in vetrina esibiscono la famosa fragranza
‘Acqua di P.’, versione Colonia classica, Colonia assoluta, Iris nobile, Iris
sublime, variante shower gel al Bergamotto di Calabria, body lotion Mirto di
Panarea, in cofanetto natalizio candela aromatizzata e diffusore per l’ambiente
‘Acqua di P.’… Salgo sull’autobus e un’onda di agrume speziato mi sconquassa i
sensi, poi un’altra, ventate variabili, a seconda di chi sale, dell’ingombro
che occupa. A casa della sorella entro in bagno ed eccolo lì, sulla consolle,
il flacone di Colonia intensa prestige marchiato‘Acqua di P.’ E di fianco,
Prada infusion, Laura Biagiotti Roma, La Perla j’aime… La sorella spalanca la
porta e penso che morirò per asfissia. «Qui non si respira», dico scansando
l’aria. Lei mi guarda. Si sorprende. «È La Perla», dice, «non ti piace?». In
corridoio incrocio mio cognato, Tom Ford Noir. «E la stazione», dico mangiando una
fetta di prosciutto che, giuro, sa di Iris nobile, «quand’è che la finiscono?».
«Ah, non si sa», dice la sorella, «non ci sono soldi». I lavori sono bloccati,
da anni, ormai. «Non c’è una lira», dice mio cognato. Mentre succhio un
cannoncino alla crema che sa di gelsomino alcolico, mi viene da pensare che tra
i due fenomeni, il clamoroso buco di bilancio, intendo, le ruberie della classe
dirigente, e quel profumo che intasa l’anima, ci sia una relazione.
lunedì 22 ottobre 2012
Aneddoto secondo
La domenica entro nella libreria Ubik della città di P. In
vetrina ho visto un romanzo di Magda Szabó, ‘Il vecchio pozzo’, col 25% di
sconto. Entro. Vicino la cassa, adocchio il volume. Faccio un giro. Di fianco l’ingresso
è uno scaffale con sopra la targa ‘Proposte’. Ci guardo: ‘Cinquanta sfumature
di grigio’, ‘Cinquanta sfumature di nero’, ‘Cinquanta sfumature di…’, ‘Il
manoscritto ritrovato ad Accra’, ‘L’inverno del mondo’. Guardo il ripiano di sotto:
‘Mettiamoci a cucinare’, ‘E mo’ te spiego Roma’. Quello sotto ancora: ‘Un
diamante da Tiffany’, ‘La ragazza fantasma’… Sono alla cassa con Magda Szabó, devo pagare. «Ma quelli»,
dico indicando lo scaffale alla cassiera, «sono i romanzi che consigliate ai
vostri clienti?». «I libri più venduti, sì», dice lei. «Cioè, i volumi che, in
cuor vostro, sentite dover essere indispensabile lettura per chi legge?» dico.
«Quelli che vanno di più, infatti», fa lei. «Ma sulla targa io non leggo l’espressione
‘libri più venduti’ oppure ‘top ten nella classifica dei libri più acquistati
in Italia’», dico. «Io ci leggo la parola ‘Proposte’». «Proposte, certo», dice
la commessa, «quel che ci chiedono maggiormente, insomma». Lascio lì Magda Szabó.
Esco sulla piazza del mercato. Mi ricordo che in fondo all’isolato, prima del
palazzo della Pilotta, ho visto un giorno un locale dall’insegna ‘Libri e
culatelli’.
sabato 7 luglio 2012
Aneddoto primo
Un mese prima della proclamazione
del vincitore dello Strega, qualche decennio fa, un autore candidato rintracciò
al telefono Goffredo Parise, membro della giuria. «Pronto, signor Parise. Mi
dia il suo voto!». Parise restò in silenzio. «Lei mi chiede il voto», disse. «E
sia». «Cosa chiede in cambio?» domandò l’autore. «Il …», fece Parise. «Il?...»
chiese l’autore. «Il suo culo».
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