«Da quando le ho viste», dico a
Z, «non riesco a levarmele di testa». «Che cosa?». «Le chiappe della Minetti»,
dico. «…Non è la loro perfezione a colpirmi», dico, «bensì l’inconciliabilità
di quelle chiappe alla vita reale». «Cioè, per avere delle chiappe così», dico,
«immagino che non ci si possa sedere mai. Nel senso che il semplice
schiacciamento della seduta imprimerebbe una deformazione protratta nel
tempo, l’inevitabile rovina». «Oh, niente c’è d’inconciliabile!» dice Z. «Se
della vita, le chiappe sono il fine». «…Che è, per dirla alla
Sant’Agostino, la questione dell’incomprensibilità dell’unione del corpo allo
spirito», dico. «La questione è enigmatica, sì», dice Z, «ma parlerei piuttosto
dell’incomprensibilità del perché ti caccino fuori un sacco di grana per mostrare
nei denti le tue chiappe».
So, so so.
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