Io, penso, con gli anni, ho sviluppato nella mia
testa una sindrome dell'abbandono.
Cerco un episodio nella memoria mia
personale dal quale far derivare questo stato emotivo. È così che gli psicologi
aiutano i loro pazienti, mi dico. Li obbligano a scavare nell'infanzia, fino a
far emergere eventi in apparenza irrilevanti ma che in realtà sono stati
cruciali e hanno determinato lo svilupparsi di un lato oscuro e deviato della
loro personalità. C'è nella mia infanzia un avvenimento che mi ha traumatizzato
a tal punto da far sì che adesso, quarantenne, mi affezioni così patologicamente a certe
persone in particolare? Chiudo gli occhi. No, non c'è.
Scavando nella memoria, mi ricordo di una domenica
pomeriggio d'inverno con me bambina. Mio padre è in tinello, vestito di tutto
punto, il mazzo di chiavi che gli tintinna in mano. È pronto per andarsene al
bar, ma io non gli permetto di uscire. Nella mia testa da bambina sono convinta
che se varca la soglia di casa, non tornerà mai più. Che io e mia madre per sempre
rimaniamo sole. Mia madre accende la televisione. Sono i primi anni
Settanta. Celentano canta ‘Chi non lavora non fa l'amore’. Ma il video non mi
distrae. Mi distendo davanti l'ingresso di casa, creo uno sbarramento col mio
corpo. Mio padre da qui non uscirà, penso, mai e poi mai ci lascerà da sole.
Lo racconto a Cleofe, la gatta parlante. E la
gattaccia non la finisce più di sghignazzare, per quanto possa ridere un gatto,
arricciando il naso, facendo le fusa.
«I greci», dice alla fine, «lo sai
in che modo sono arrivati alla tragedia?».
«No».
«Facendo scattare l'identificazione
del pubblico con il dramma del protagonista sulla scena e poi rappresentandone
la caduta».
Già.
«Un meccanismo crudele, no?».
Già.
«Sadico, addirittura, forse».
Forse.
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