venerdì 12 ottobre 2012

I greci e la sindrome dell'abbandono

Io, penso, con gli anni, ho sviluppato nella mia testa una sindrome dell'abbandono.
Cerco un episodio nella memoria mia personale dal quale far derivare questo stato emotivo. È così che gli psicologi aiutano i loro pazienti, mi dico. Li obbligano a scavare nell'infanzia, fino a far emergere eventi in apparenza irrilevanti ma che in realtà sono stati cruciali e hanno determinato lo svilupparsi di un lato oscuro e deviato della loro personalità. C'è nella mia infanzia un avvenimento che mi ha traumatizzato a tal punto da far sì che adesso, quarantenne, mi affezioni così patologicamente a certe persone in particolare? Chiudo gli occhi. No, non c'è.
Scavando nella memoria, mi ricordo di una domenica pomeriggio d'inverno con me bambina. Mio padre è in tinello, vestito di tutto punto, il mazzo di chiavi che gli tintinna in mano. È pronto per andarsene al bar, ma io non gli permetto di uscire. Nella mia testa da bambina sono convinta che se varca la soglia di casa, non tornerà mai più. Che io e mia madre per sempre rimaniamo sole. Mia madre accende la televisione. Sono i primi anni Settanta. Celentano canta ‘Chi non lavora non fa l'amore’. Ma il video non mi distrae. Mi distendo davanti l'ingresso di casa, creo uno sbarramento col mio corpo. Mio padre da qui non uscirà, penso, mai e poi mai ci lascerà da sole.
Lo racconto a Cleofe, la gatta parlante. E la gattaccia non la finisce più di sghignazzare, per quanto possa ridere un gatto, arricciando il naso, facendo le fusa.
«I greci», dice alla fine, «lo sai in che modo sono arrivati alla tragedia?».
«No».
«Facendo scattare l'identificazione del pubblico con il dramma del protagonista sulla scena e poi rappresentandone la caduta».
Già.
«Un meccanismo crudele, no?».
Già.
«Sadico, addirittura, forse».
Forse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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