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mercoledì 26 giugno 2013

So it goes #50

Canto, ancora canto: «Quello che non ho... tatàtatàtaratatan… sono i tuoi denti d'oro… Quello che non ho…  è un pranzo di lavoro… Quello che non ho…  tatàtatàtaratatan… è questa prateria… per correre più forte… della malinc_ QUELLO CHE NON HO... TATATATATARATATAN», sciò! sciò! sciò! e nel mentre sollevo le braccia, «SONO LE MANI IN PASTA… QUELLO CHE NON HO», hep! hep! hep!, «E’ UN INDIRIZZO IN TASCA… QUELLO CHE NON HO», zac! zac! zac!, «SEI TU DALLA MIA PARTE». E qui mi fermo. Perché? Così. Ho finito. Buona questa.
 
So, so.
So it goes un po’strano, dice Kurt.
Strano?
Sì, strano, dice.


 

 

martedì 25 giugno 2013

So it goes #49

Così canto: «Quello che non ho... tatàtatàtaratatan… è una camicia bianca… Quello che non ho…  tatàtatàtaratatan… è un segreto in banca… Quello che non ho…  tatàtatàtaratatan… sono le tue pistole… per conquistarmi il cielo… per guadagnarmi_ QUELLO CHE NON HO... TATATATATARATATAN», così io canto ma adesso a squarciagola, «E’ DI FARLA FRANCA… TATATATATARATATAN… QUELLO CHE NON HO... E’ QUEL CHE NON MI MANCA... QUELLO CHE NON HO… SONO LE TUE PAROLE…». Così canto, così. So, so, so.
 
So it goes, dice Kurt.

giovedì 25 aprile 2013

So it goes #48

«Enrico Letta, a momenti compie cinquant’anni», dico, «giovane non è». Sono con Zelda. Davanti al memoriale dei partigiani, in piazza del Nettuno, si compie la celebrazione. I bersaglieri strombettano l’inno d’Italia, ci sono le corone d’alloro, le spillette col tricolore. «…Che Napolitano dica Affido il mandato di formare il nuovo governo a Enrico Letta perché, benché sia giovane, già ha maturato una buona esperienza politica… Ti sembra una frase appropriata?» dico. «…Come se essere giovani e agli esordi  fosse un difetto». Zelda non risponde. Guarda gli studenti barbuti che si mischiano agli ex partigiani. «Quelli sono giovani», dice. Da quando ha rotto con Scott è ringiovanita; Rayban nuovi di zecca, chioma ramata che le luccica al sole, è perfino abbronzata. «Io penso che il paese semmai di una mente lucida e sgombra abbia bisogno», dico, «mica di un artigiano che rimetta insieme dei cocci di politica». «Sto leggendo dei racconti di Maupassant», dice lei, «in francese. Molto belli». Dice che le piacerebbe andare a Venezia, a vedere la mostra di Manet, che vorrebbe trasferirsi a Ginevra, dato che lì da un anno studia. Cioè, dei miei discorsi arrabbiati, se ne infischia. Ma essere evasivi, Zelda, è facile da farsi, facile da dirsi, penso.
 
So so so.
 

martedì 9 aprile 2013

So it goes #47

«No no no», dico a Zelda, e mi prendo la testa tra le mani. «Cos’hai?» fa lei. «Cos’ho? Ma lo senti Franceschini? E Renzi? E Veltroni? E Fassina, lo vedi?». «Fassina», dice Zelda. Così mi tappo le orecchie. «Non pronunciare quel nome», dico. «F-A-S-S-I-N-A», scandisce Zelda apposta crudele. «No no no», dico, e mi prendo la testa tra le mani. Mi metto in piedi davanti alla tivù spenta. Decido che faccio un appello alla redazione del TG3: «Dico, con quel filmato di Bersani che su se stesso si gira, occhi bassi guarda da una parte poi dall’altra, come a dire E adesso dove vado? col sigaro che gli spenzola dalle labbra, la volete smettere? Eh? Basta così?». «FASSINA», dice Zelda. No no no.
 
So it goes, dice Kurt.
 

venerdì 29 marzo 2013

So it goes #46

«…Non perderti per niente al mondo», canto, «lo spettacolo vario… di uno innamorato di te». Da qualche giorno, ce l’ho in testa, la canzone di Paolo Conte. Non che io, in questa fase della mia vita, stia ascoltando il cantautore, intendiamoci, no. Strano, penso. Chiamo Zelda e glielo dico. «Perché ce l’ho in testa?» le domando. «Guarda che Scott», fa lei, «sono stata io a piantarlo, eh». Così, testualmente dice. «Che cosa c’entra Scott con Paolo Conte scusa?». Riattacco. Mi guardo lo streaming dell’altro giorno, l’incontro nella saletta di Montecitorio tra Bersani e i due capogruppo del M5S. Il discorso di Bersani, non credevo, ma mi convince. «Mi sembra di sentire una puntata di Ballarò», dice invece la capogruppo alla Camera grillina. Così oggi richiamo Zelda. «Ma secondo te», dico, «tra la canzone di Paolo Conte, il fatto che tu ti sia liberata di Scott, e il parlamento che il M5S vuole governi senza capo, e sovrano, secondo te, c’è un legame?».
 
So so so.

martedì 26 marzo 2013

So it goes #45

«Max», dico, «ma tu lo sai perché ti amo?». «No», dice. «E saperlo, ti interesserebbe?». «No», dice. «Tu davvero non desideri conoscere il perché di questo mio estremistico sentimento che si è andato maturando nei confronti proprio della tua persona?». «Ma per un cazzo», dice Max.

 So it goes, dice Kurt.

giovedì 21 marzo 2013

So it goes #44


«Scott mi ha detto che s’è innamorato di una», dice Zelda al telefono. «Ma va’?!». «Sì, è lì che non capisce più niente, poveretto». Scott e Zelda convivono da vent’anni. «Che tu e Scott interrompiate la vostra storia d’amore», dico, «lo troverei del tutto appropriato. E positivo per te senz’altro». Perché Scott è un rammollito, e il classico intellettuale egocentrico. «Questa donna ha trentacinque anni», dice Zelda, che significa vent’anni meno di lei. «Non so, da quando ha compiuto i cinquanta», dice, «si è del tutto rincoglionito a inseguire la figa giovane… vuol dimostrare la sua virilità, penso… fa certe battute da camionista, non ci crederesti». Ci credo, invece. «Zelda», taglio corto, «considerati baciata in fronte dalla fortuna. Chiamala provvidenza o come ti pare… Questa è una possibilità unica e irripetibile che senza neanche tu l’abbia chiesta ti è stata regalata per… Zelda?». Ha riattaccato. «Non sei molto delicata», dice Max. No, infatti. Nelle questioni sentimentali, non sono delicata. Soprattutto le volte che di mezzo c’è uno stronzo. Sono una drastica, io. La richiamo due giorni dopo. «Allora?». «Mah», dice, «sembra che la donna, di questa cosa, non ne sapesse niente». «In che senso?». «Era all’oscuro di tutto. Gli ha detto, a Scott, che lui aveva frainteso i suoi sentimenti». «Stai forse dicendo che Scott s’è sparato un suo individuale viaggio amoroso?». «Esattamente», fa Zelda. Strepitoso! Insuperabile! «Vaga per casa», dice, «farfugliando frasi tipo ‘mi sono sbagliato… tu sei la mia donna’… è fuori di testa… dice che l’ha conosciuta a un bar di via Mengoli, pensa». «Be’, il bar fa parecchio anni Cinquanta…». «Un po’», dice Zelda. «Zelda, senti», dico, «ma ti rendi conto del colpo di culo?». «No». «Ti rendi conto che senza far un emerito cazzo di niente, del tutto a tua insaputa quasi, ti stai finalmente liberando di quello?… Zelda? Zelda accidenti?». Ha riattaccato.
 
So it goes, so so.

 

 

mercoledì 27 febbraio 2013

So it goes #43

«Condurre un’esistenza di sforzi», canto a squarciagola mimando Elio diventato obeso, «tallonando la chimera di una melodia composita…». È una frase, questa, che fa venire in mente Bersani, penso, la big depression che accompagna la sinistra dal potere risicato (l’espressione ‘melodia composita’ Vendola in particolare). «Che poi alla fine scopri», canto, «che ti bastava quella sola nota… bellissima-aa». E qui rivedo Berlusconi, la menzogna sul sorriso dentato, misoginia cavalleresca. «La canzone mononota», canto, «che non fa scendere a compromessi… e se lo fa, il compromesso è piccolo». Ed ecco Grillo, rayban, scapigliatura… L’Harley Davidson dov’è?.«…Ma Jobin non ha avuto le palle di perseguire un obiettivo», canto a squarciagola, «non ci ha creduto fino in fondo». Monti, il cucciolo Trozzy che gli scondizola tra le pieghe del doppiopetto gessato. «Invece noi… sì», canto. Questa è l’Italia. L’Italia siamo noi.
 
So so.

martedì 26 febbraio 2013

So it goes #42

C’è Zelda al telefono. «Si può fare qualcosa?» dice. «Ho svitato tutti i filtri dei rubinetti, stanotte», dico, «li ho raschiati col Viakal».

 So it goes, dice Kurt.

mercoledì 23 gennaio 2013

So it goes #41

«Io sono un’antigarantista esistenziale», dico a Zelda. È davanti al pc, legge Il Corriere on line. «Nel senso che penso che in partenza, tutti nasciamo colpevoli, e che a ciascuno stia poi di dimostrare, col comportamento, di essere innocente». «Tu sei calvinista», dice Zelda. «No, la coscienza non c’entra», dico, «neanche l’etica, né la religione. Ma il principio può diventare socialmente utile… Dato che se ognuno, per salvarsi le chiappe, è tenuto a mostrare il lato meno schifoso di sé, magari l’umanità ne guadagna in qualità». «Guarda qui!» fa lei. In diretta legge la notizia della voragine finanziaria che oggi travolge l’istituto del Monte dei Paschi di Siena, di nuovo i derivati, il denaro pubblico che servirà per ripianare il disastro annunciato. «Robespierre», dice, «sulla scheda elettorale, io ci scrivo Maximilien de ROBESPIERRE, lista collegata: PERIODO DEL GRANDE TERRORE, così scrivo, altro che antigarantista!». ‘Antigarantista esistenziale’, prego, Zelda, questa è l’espressione. Ma non insisto, in questo caso, no.
 
So it goes, dice Kurt.

domenica 20 gennaio 2013

So it goes #40

«Io sono d’accordo con Andy Warhol», dico, «quando dice che l’arte nasce da uno spazio vuoto». «Penso adesso ci pensi?» dice Zelda. Siamo dentro un bar, c’è un gran casino, tutti appresso al loro smartphone di merda. «È questo teatrino, capisci, reale e virtuale, il meccanico consenso, lo sproloquio di parole, sono le adulazioni, le calunnie, il far finta di, è l’esibizionismo, il parlar di sé… Tutto questo mi fa soffrire… Bisogna fare il vuoto per fare arte, disse Andy Warhol». Zelda si sistema il cappello col fiore di lana cotta. Coi cappelli sta da dio, Zelda. «Io penso anche», dico, «come scrive Parise, che per fare dell’arte non bisogna fare dell’arte». Così lei mi guarda, tira un sospiro di impazienza. «Va bene», dice, «ma l’arte chi se la fila, eh? Trovami uno solo in questo bar che si fili l’arte! Nessuno! Si filano il teatrino, il fottuto teatrino!».
 
So.

sabato 19 gennaio 2013

So it goes #39

«Questa cosa che ha ribadito, quando era da Santoro, per esempio», dico. «Sì, insomma, che se vince, cambia la costituzione, rafforza i poteri del presidente del consiglio…». «E allora?» dice Max. Sta impastando i canederli. Ogni tanto gli viene di cucinare il goulasch, questo piatto della sua infanzia sudtirolese. «Be’, non mi esce di testa», dico, «mi rende inquieta». «Ma mica vince». «E chi lo giura?... Lo sai quanti fatti incredibili stan succedendo, di questi tempi? Tipo Pannella che coi radicali nel Lazio dan l'appoggio a Storace? Grillo che dice i sindacati sono entità inutili? Che ascolti Fini e Vendola dialogare e scopri che sull’immigrazione la pensano praticamente in modo identico? Non ha tutto questo dell’incredibile?». Max forma delle grosse palle di pane, speck, uova, le depone sul tagliere, in fila perfetta. «No, nell’aria c’è qualcosa, di questi tempi», dico, «per la quale i poli opposti sembra che convergano, una specie di simmetrico ribaltamento del significato». «Sarà per un fatto astrologico?...» mi sfotte Max. «I canederli, di questi tempi», dico, «ti ricordo che l’ultima volta ti si erano perfino spaccati».
 
So it goes, dice Kurt, so so so.

venerdì 18 gennaio 2013

So it goes #38


«Hey little girl is it good to you», canto, «can you do all the things that I can do ooh...». Bruce Springsteen, io lo detesto. Solo in due circostanze canto Bruce Springsteen: quando mi assale un attacco di sfrenata ironia oppure per abissale masochismo. Masochismo, in questo caso: il suo nome è Pier Luigi Bersani. «Ho scelto la canzone di accompagnamento alla campagna elettorale del Pd», dice Bersani. E va bene. «È una canzone molto bella. Di Gianna Nannini», dice. E va bene, anche sotto un profilo estetico, intendo. «S’intitola ‘Inno’», dice Bersani. […] Come? Inno?! Tipo una roba patriottica? S'intende la celebrazione a qualcosa? Una dedica solenne? Ai politici? Al popolo che è sovrano? Alla democrazia televisiva? Agli ultimi anni di straordinaria fioritura culturale? Che noi siamo, per dire, i figli dei fiori della nazione? Bersani, darling, ma chi è il genio della comunicazione del Pd? Ma l’hai capito che gli italiani, il parlamento, emiciclo ligneo compreso, lo deporterebbero a spalar letame in Africa? Che la parola ‘politica’, in questo preciso momento storico, sa per tutti più di sterco che di salame piacentino? Bersani, ascoltami, per piacere: questa è la voce di un’elettrice tua conterranea che alle primarie ha votato Matteo Renzi: ripensaci. Scegli un’altra canzone, un titolo qualsiasi ma più consono alla furia cieca, al desiderio di rivolta sociale. «Bersani», canto, «I got a bad desire».

 
So so so.

domenica 30 dicembre 2012

So it goes #37

«Nichi Vendola», dico a Max, «mi fa venire in mente Trotckij. Nel ’17, quando abitava a New York». Ci penso, a questo, perché lo vedo concentrato su delle poesie di Brotskij. «I camerieri della trattoria dove andava a mangiare, lo odiavano, Trotckij. Perché non lasciava la mancia. ‘Mai vorrei ledere la dignità di un lavoratore’, spiegava a chi gli chiedeva ragione del comportamento insolente… Oppure, mi fa venire in mente, Nichi Vendola, che pure stimo, come uomo, e politico perfino», dico, «Pasolini, per certi versi, quando per strada intervistava i sottoproletari meridioni, gli domandava se preferivano campagna o città, e loro rispondevano ‘la città! il progresso senz’altro!’ e lui ci rimaneva male, incassava questa delusione, poveretto, ma era sincero». Max mi dice che Brotskij, sbarcato in America, subito rimase folgorato dal jukebox, distributore di perle di saggezza a buon mercato, diceva, yankee. Così. Così.
 
So, so.

venerdì 28 dicembre 2012

So it goes #36

«Con la febbre, come va?» dice Zelda al telefono. «Ancora qualche linea», dico. «Cos’hai preso?». «Pastiglie di Spongata». Oggi ho dormito quindici ore. «Quindici ore, ho dormito, oggi», dico. «Avrai una pelle meravigliosa», dice Zelda. «Pura come Camay, direbbe DeLillo». «Come cosa?». «Niente». Non raccoglie la battuta. Così le racconto dell’esplosione dei fichi al caramello. «Durante il viaggio in direzione del pranzo natalizio», dico, «il vasetto che ho messo nella busta con gli altri regali…  non ci crederai, ma all’improvviso si è disintegrato». «Fantastico», dice Zelda. «…Come se ci fosse qualcosa, che dall’interno, provocando pressione, lo ha fatto saltar per aria… il caramello si è infiltrato tra i tasti del libro-pianoforte, appiccicato al corpo del peluche Winnie Pooh...». Zelda ride a crepapelle, fa il nome di Marcel Mauss.
 
So it goes, so it goes.
 

lunedì 24 dicembre 2012

So it goes #35

«Da quando sono tutti morti», dico a Zelda, «una pera dietro l’altra mi farei per sopravvivere a questi giorni». «Rimpiangi dunque l’orrenda scena familiare?». «Non ci crederai, eppure parlano, quei parenti, della piscina da allargare, del rendimento dei titoli di stato… del Capodanno a Cortina, parlano, del nuovo borsellino di Bulgari… Ma mia madre, mio padre, mai avrebbero permesso che si nominasse una piscina, durante il pranzo di Natale, mai». Così mi fa vedere, Zelda, per distrarmi dagli sciagurati pensieri, un’incisione di artista fiammingo, che è una natività nella quale vicino a Maria, è rappresentata la figura della levatrice. E in effetti è bellissima, questa presenza inconsueta, intendo, che nella faccia mi sembra assomigli alla mia panettiera, perfino. «Da quando sono tutti morti», dico a Zelda entrando in cucina, «la vigilia di Natale, penso alla mia panettiera, eh». «Datti da fare con quel branzino piuttosto», fa lei. Va bene, Zelda, lo sai che io sono la Grande Maestra Cuciniera dei branzini selvaggi. «Apro il Franciacorta?» dice Max. «Eh apriamolo», dico, da quando sono tutti morti.
 
So.

mercoledì 19 dicembre 2012

So it goes #34

«Definire la nazione come una repubblica fondata sul lavoro», dico a X che d’ora in poi chiamerò Max, «è un colpo di genio, in effetti». Mi viene in mente perché ho letto l’intervista a un fabbricante di ombrelli, un artigiano napoletano: ‘l’intelaiatura’, dice al giornalista, ‘la faccio con le stecche di balena… per produrre un ombrello come si deve’, dice, ‘è necessario passare attraverso 70 fasi di lavorazione’. «…Collegare la ricchezza di uno stato all’ingegno dei suoi cittadini, intendo», dico a Max, «dire ‘il patrimonio di tutti scaturisce dall’intelligenza dei singoli». Max, che è piuttosto di tendenza anarcoide, scuote la testa. «Gerard Depardieu, per esempio», dice, «io, quando dice che per non pagare la tassa patrimoniale, vuol lasciare la Francia, mica me la sento di dirgli niente». ‘È da quando ho quattordici anni che lavoro’, dice Gerard Depardieu, ‘è la Francia a dover qualcosa a me’. «Io penso che l’ombrellaio anche a dieci anni ha cominciato», dico. «A quattordici anni», dice Max, «io giuravo a tutti che avrei fatto l’allevatore di piccioni viaggiatori». 
 
 
So so so.

sabato 15 dicembre 2012

So it goes #33

«Ma secondo te», dico a Z, che d’ora in poi chiamerò Zelda, «che da una settimana desideri solo nutrirmi di polenta alla valdostana liofilizzata, io che la polenta, in vita mia, sempre l’ho odiata… per te, cosa significa?». «Che hai freddo», dice Zelda, che aggiunge: «Con la salsiccia affumicata?». «No», dico, «lo troverei trash, ecco». «E secondo te», dico, «che entrando invece in una qualunque osteria, col desiderio di mangiare una domestica tagliatella, io sempre sul menù trovi la voce ‘tagliatelle alle ortiche’, per te, cosa significa?». «Non ci sono più rivoluzioni», dice Zelda, «ma solo saccheggi nei supermercati». «Eh?». «Una frase di Sebastian Matta, il pittore». «...Un piatto di sua natura dolce come la tagliatella associato all’erbaccia urticante, intendo…», dico. Zelda ride. «Così è la vita», dice.
 
So it goes, dice Kurt.

martedì 4 dicembre 2012

So it goes #32

«Il neoeletto candidato premier del Pd», dice Matteo Renzi, «d’ora in poi è corretto che sia lui, a decidere il da farsi nel partito». «Il Pd», dice Pier Luigi Bersani, «non è mica mio e di Renzi. Tutti sono chiamati a dare una mano al suo rinnovamento». Queste battute mi fanno venire in mente l’epitaffio che l’artista Marcel Duchamp fece incidere sulla sua tomba. ‘D’altra parte’, dice, ‘ sono sempre gli altri, a morire’.

So so so.

lunedì 26 novembre 2012

So it goes #31

«Si può dare di più perché è dentro di noi», dice Pier Luigi Bersani. «Si può dare di più senza essere eroi», dice Matteo Renzi.


So it goes, dice Kurt.