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venerdì 14 febbraio 2014

Francesco Petrarca - ‘E ho in odio me stesso, e amo altrui' feat. Skiantos - ‘Io non so chi poi mi trattiene dal tagliarmi le tue vene’

Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.

Tal m'ha in pregion, che non m'apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, e non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio.

Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e cheggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.


[Francesco Petrarca, Canzoniere, sonetto 30v, Milano, Bur, pag.547]


Non ti sopporto più m'hai rotto i coglioni mi scarichi addosso le tue paranoie io non ne voglio un cazzo, io non ne voglio un cazzo, io non ne voglio un cazzo - io non sopporto più il tuo isterismo che sta rodendo il mio organismo -  fatti un po' i cazzi tuoi, fatti un po' i cazzi tuoi, fatti un po' i cazzi tuoi -  mi fai sempre delle gran scene ed io non so chi poi mi trattiene dal tagliarmi le tue vene, dal tagliarmi le tue vene, dal tagliarmi le tue vene - io non sopporto più le tue crisi isteriche - mi viene una voglia, una voglia feroce di darti un rullo di kartoni, di darti un rullo di kartoni, di darti un rullo di kartoni.
[Skiantos, Non ti sopporto più, Kinotto, Cramps Records, 1979]

domenica 24 novembre 2013

Francesco Petrarca - 'E lubrico sperar su per le scale' feat. Lucio Dalla - 'Disperato erotico stomp'

E vidi a qual servaggio, et a qual morte,
a quale strazio va chi s’innamora:
errori e sogni et imagini smorte
eran d’intorno a l’arco triumfale,
e false opinioni in su le porte,
e lubrico sperar su per le scale,
e dannoso guadagno ed util danno,
e gradi ove più scende chi più sale;
stanco riposo e riposato affanno,
chiaro disnore e gloria oscura e nigra,
perfida lealtate e fido inganno,
sollicito furor e ragion pigra,
carcer ove si vèn per strade aperte,
onde per strette a gran pena si migra,
ratte scese a l’entrare, a l’uscir erte,
dentro confusion turbida e mischia
di certe doglie e d’allegrezze incerte.
[Francesco Petrarca, op.cit., pp.190-192]

 

sabato 23 novembre 2013

Le mani armate, e gli occhi avolti in fasce


Or so come da sé ‘l cor si disgiunge,
e come sa far pace, guerra, e tregua,
e coprir suo dolor quand’altri il punge;
e so come in un punto si dilegua
e poi si sparge per le guance il sangue,
se paura e vergogna avèn che ‘l segua;
so come sta tra’ fiori ascoso l’angue,
come sempre tra due si vegghia e dorme,
come senza languir si more e langue;
so de la mia nemica cercar l’orma,
e temer di trovarla, e so in qual guisa
l’amante ne l’amato si transforme;
so tra lunghi sospiri e brevi risa
stato, voglia, color cangiare spesso,
viver stando dal cor l’alma divisa;
so mille volte il dì ingannar me stesso;
so, seguendo ‘l mio foco ovunque e’ fugge,
arder da lunge et agghiacciar da presso;
so come Amor sovra la mente rugge,
e come ogni ragione indi discaccia,
e so in quante maniere il cor si strugge;
so di che poco canape s’allaccia
un’anima gentil, quand’ella è sola,
e non v’è chi per lei difesa faccia;
so come Amor saetta, e come vola,
e so com’or minaccia et or percote,
come ruba per forza e come invola,
e come sono instabili sue rote,
le mani armate, e gli occhi avolti in fasce,
suo promesse di fé come son vòte;
come nell’ossa il suo foco si pasce,
e ne le vene vive occulta piaga,
onde morte e palese incendio nasce.
[Francesco Petrarca, Triumphi, Milano, Mursia, pp.156-161]

 

lunedì 15 luglio 2013

La rabbia è propria delle bestie

Su un tanto nemico sperare di conseguire una vittoria senza sangue è piuttosto vana pazzia che generosa fiducia […]. Far guerra a tali uomini cedendo a un breve impeto d’ira e abbatterli, anche se lo possiate impunemente, non vedo che diletto possa avere per voi; lo vedranno forse meglio di me gli animi accesi di coloro che a mo’ di femmine godono dei dolori degli amici e della vendetta di ogni offesa. Ma è cosa né inutile né onesta, e neppure umana: assai meglio è dimenticare l’ingiuria che vendicarla, meglio placare il nemico che annientarlo […]; che se anche a raggiungere l’uno e l’altro scopo ugual fatica occorresse, tuttavia la mitezza è propria degli uomini, la rabbia delle bestie, e non di tutte ma delle più ignobili e d’indole più feroce.
[Francesco Petrarca, Le familiari – Ad Andrea Dandolo, doge di Venezia, esortandolo a far pace coi Genovesi – op. cit., pag. 947]
 

mercoledì 10 luglio 2013

Non sei padrone dello stato, ma servo

«Tu dunque, finché è tempo, medita a lungo», come dice quel giovane di Terenzio; considera, te ne prego, ciò che fai, studia te stesso, esamina (e non ti sbagliare) chi sei, chi fosti, donde vieni e dove vai, fin dove puoi spingerti innanzi senza offendere la libertà, qual veste tu porti, quali impegni hai preso, quali speranze hai dato di te, che cosa hai promesso: e vedrai che non sei padrone dello stato, ma servo.
[Francesco Petrarca, Le familiari – A Nicola – Cola di Rienzo – tribuno di Roma, sdegno misto a preghiera per il suo mutato contegno – op. cit., pag. 895]

venerdì 5 luglio 2013

Per molti la cultura è uno strumento di pazzia, per quasi tutti di superbia

Per molti la cultura è uno strumento di pazzia, per quasi tutti di superbia […]. Quel tale sa una quantità di cose sugli animali feroci, sugli uccelli, sui pesci: quanti peli ha il leone sulla testa, quanto piume l’avvoltoio nella coda, con quante spire il polipo abbraccia il naufrago; come gli elefanti si accoppino volgendosi le terga e come la loro gravidanza duri due anni […]; come la fenice si bruci sopra una pira di legni aromatici e, bruciata, rinasca; come il riccio possa frenare una nave spinta a qualsivoglia velocità, mentre fuori dell’acqua non ha forza alcuna; […] che le talpe sono cieche e le api sorde, che – finalmente – di tutti gli esseri animati soltanto il coccodrillo è capace di muovere la mandibola superiore. Tutte cose false in grandissima parte […]. Ma anche se fossero vere non servirebbero affatto a vivere felici. Di grazia, come può giovare conoscere belve, uccelli, pesci, serpenti, e ignorare ovvero non curarsi dell’uomo […]?
[Francesco Petrarca, op.cit., Prose polemiche, pgg.713-715]
 

sabato 11 maggio 2013

Si contentano

Ricerco libri di diverso genere, che siano insieme, per gli autori da cui sono stati scritti e per gli argomenti che trattano, compagni graditi e assidui, e pronti a uscire in pubblico o a ritornare nel cassetto al tuo comando, e sempre disposti a tacere e a parlare, a rimanere in casa e ad accompagnarti nei boschi, a viaggiare, a starsene in campagna, a chiacchierare, a scherzare, a incoraggiarti, a confortarti, a consigliarti, a rimproverarti e a prendersi cura di te, a insegnarti i segreti delle cose, e le memorie delle imprese, e norme di vita, e il disprezzo della morte, la moderazione nella buona fortuna, la forza nell’avversa, l’imperturbabilità e la costanza nel tuo comportamento: compagni dotti, lieti, utili e fecondi, che non ti sono causa di noia, né di spesa, né di lamenti, né di mormorii o d’invidia, né d’inganni. E mentre ci danno tanti vantaggi, si contentano di una piccola parte della casa e di una veste modesta, senza aver bisogno di cibo né di bevanda alcuna, mentre sono proprio essi che ai loro ospiti procurano inestimabili ricchezze spirituali, vaste abitazioni, splendide vesti e piacevoli conviti e cibi dolcissimi.
[Francesco Petrarca, La vita solitaria – libro secondo, op. cit., p.557]

venerdì 22 marzo 2013

Poco mi curo di come io abbia parlato

In realtà nella conversazione quotidiana con gli amici e con i familiari non ho mai avuto preoccupazione di parlar forbito; e mi stupisco che Cesare Augusto l’abbia avuta. Ma dove l’argomento o la sede o la persona che m’ascoltava parevano richiedere diversamente, mi sono provato un poco; con quanta efficacia, non so; l’hanno a giudicare coloro di fronte ai quali parlai. Per mio conto, purché abbia vissuto rettamente, poco mi curo di come io abbia parlato: gloria vana è cercare la fama unicamente nel luccicare delle parole.
[Francesco Petrarca, op.cit., p.7]

lunedì 4 marzo 2013

Mi sono giudicato ancor più trascurabile

La superbia l’ho riscontrata negli altri, ma non in me stesso; e sebbene sia stato un piccolo uomo, sempre mi sono giudicato ancor più trascurabile. La mia ira danneggiò assai di frequente me stesso, mai gli altri. Mi vanto francamente […] d’avere un animo assai suscettibile, ma facilissimo a dimenticare le offese, e al contrario saldissimo nel ricordo dei benefici ricevuti. Fui desiderosissimo delle amicizie oneste e le coltivai con assoluta fedeltà.
[Francesco Petrarca, op.cit., pag.5]
 

giovedì 21 febbraio 2013

Disprezzo del danaro, pranzo con gli amici

Ho sempre avuto un grande disprezzo del danaro; non perché non mi piacesse essere ricco, ma perché detestavo le preoccupazioni e le seccature che sono compagne inseparabili dell’essere ricchi. Non ebbi la possibilità di lauti banchetti, e perciò non ebbi da fissarci il pensiero: ma io mangiando poco e semplicemente passai la vita più contento che con le loro raffinatissime tavole tutti i successori di Apicio. I banchetti – li chiamano così, ma sono gozzoviglie, nemiche della moderazione e del vivere costumato - non mi sono mai piaciuti, ed ho giudicato una fatica inutile invitarvi gli altri e dagli altri esservi invitato. Ma pranzare con gli amici mi è sempre piaciuto, tanto che nulla mi è stato più gradito che averli come commensali, e mai di mia volontà ho mangiato senza compagnia.
[Francesco Petrarca, Ai posteri, op.cit., pag.5]

mercoledì 20 febbraio 2013

In gioventù potevo piacere

Sono stato uno della vostra specie, un pover’uomo mortale di classe sociale né elevata né bassa; di antica famiglia […], di temperamento per natura né malvagio né senza scrupoli; se non fosse stato guastato dal contatto abituale con esempi contagiosi. L’adolescenza mi illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi ha corretto […]. Da giovane m’era toccato un corpo non molto forte, ma assai agile. Non mi vanto d’aver avuto una gran bellezza, ma in gioventù potevo piacere; di colore vivo tra bianco e bruno, occhi vivaci e per lungo tempo di una grandissima acutezza, che contro ogni aspettativa mi tradì passati i sessanta, in modo da costringermi con riluttanza all’uso delle lenti. La vecchia prese possesso d’un corpo che era stato sanissimo e lo circondò con la solita schiera di acciacchi.
[Francesco Petrarca, Ai posteri - 1350 c. -, op.cit., trad. dal latino a cura di Pier Giorgio Rizzi, pag.3]

martedì 19 febbraio 2013

Per una vana speranza di gloria, correr sotto il sole del mezzodì

Agostino: Non ti consiglierò mai di vivere senza gloria; ma del pari ti ammonirò sempre del non preferire la ricerca della gloria a quella della virtù. Tu sai che la gloria è quasi come l’ombra della virtù: pertanto, come nel nostro mondo non è possibile che il corpo colpito dal sole non faccia ombra, così non può accadere che la virtù non produca gloria. […] Anche qui non posso trattenere dall’usare con te della tua stessa testimonianza: «essa, anche se tu la fugga, pur contro tua voglia ti seguirà». […] Matto sembrerebbe chi si mettesse a correre con gran fatica sotto il sole del mezzodì, per vedere la propria ombra e mostrala agli altri; ma non è punto più saggio chi fra gli ardori della vita va intorno con grande fatica per diffondere largamente fama di sé. […] Tu pertanto che, pur in tempi come questi, ti maceri con tante fatiche a scrivere libri, sia detto con tua pace, t’inganni d’assai; perché dimentico dell’utile tuo, ti dai tutto a quello degli altri; e così, per una vana speranza di gloria, questo brevissimo tempo dell’esistenza, senza che tu te n’accorga, ti fugge via.
[Francesco Petrarca, Il mio segreto. Libro terzo – 1340 c. -, dalle Prose, Milano, Ricciardi editore, 1960, trad. dal latino a cura di E. Carrara, pag. 207]