La domenica mi sveglio alle due del pomeriggio.
Ho sognato che c'è qualcuno con me nella camera. È un
ragazzo dai capelli biondi e ricci, la carnagione rosea. Siede a gambe
accavallate nella poltroncina davanti al letto. Mi osserva mentre dormo. Non è
minaccioso: sorride. Ha delle ali, soffici, come di cigno. In una mano regge
una bilancia. Agganciata in cintura porta una spada nel fodero. La giustizia
umana e quella divina. L'arcangelo Michele, penso. Indossa dei jeans
sbrindellati, degli anfibi.
Nel pomeriggio esco a fare colazione. È un giorno
assolato, con l'aria che sa di carne arrosto e crema solare. Tutti quelli che
incrocio sul marciapiede calzano ciabatte infradito. Si dirigono verso via
dell'Indipendenza. La spianata di piazza Otto Agosto, con ancora le cartacce
del mercato da ripulire, mi sembra un campo nomade con la forza sgomberato. Una
folata di polvere negli occhi mi fa lacrimare. Bevo un cappuccino nell'unico
bar aperto di via Irnerio. Cammino fino a via Belle Arti.
Davanti a palazzo Bentivoglio sostano due maghrebini,
scarpe da tennis bianche, Rayban nuovi. Consultano un iphone cromato. Si
divertono. Scattano delle foto coi Rayban. Compro da loro della marijuana.
La fumo davanti la tivù. Dopo il tigì ascolto
un’intervista a Pierluigi Bersani. «L'Italia», dice Bersani, «è un paese dove
si respira un'anomalia unica al mondo e sottolineo anomalia, eh», dice. «In che
senso»? domanda la giornalista.
Bersani ridacchia.
Santiddio, ridacchia.
Penso ad Agamben.
È l’inoperosità, dice Agamben, il nuovo paradigma dell’azione
umana, e anche il modo di fare politica oggi.
«Ah sì?» dico all’arcangelo Michele.
«Sì», fa lui.
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