lunedì 8 ottobre 2012

Bersani e l'arcangelo Michele

La domenica mi sveglio alle due del pomeriggio.
Ho sognato che c'è qualcuno con me nella camera. È un ragazzo dai capelli biondi e ricci, la carnagione rosea. Siede a gambe accavallate nella poltroncina davanti al letto. Mi osserva mentre dormo. Non è minaccioso: sorride. Ha delle ali, soffici, come di cigno. In una mano regge una bilancia. Agganciata in cintura porta una spada nel fodero. La giustizia umana e quella divina. L'arcangelo Michele, penso. Indossa dei jeans sbrindellati, degli anfibi.
Nel pomeriggio esco a fare colazione. È un giorno assolato, con l'aria che sa di carne arrosto e crema solare. Tutti quelli che incrocio sul marciapiede calzano ciabatte infradito. Si dirigono verso via dell'Indipendenza. La spianata di piazza Otto Agosto, con ancora le cartacce del mercato da ripulire, mi sembra un campo nomade con la forza sgomberato. Una folata di polvere negli occhi mi fa lacrimare. Bevo un cappuccino nell'unico bar aperto di via Irnerio. Cammino fino a via Belle Arti.
Davanti a palazzo Bentivoglio sostano due maghrebini, scarpe da tennis bianche, Rayban nuovi. Consultano un iphone cromato. Si divertono. Scattano delle foto coi Rayban. Compro da loro della marijuana.
La fumo davanti la tivù. Dopo il tigì ascolto un’intervista a Pierluigi Bersani. «L'Italia», dice Bersani, «è un paese dove si respira un'anomalia unica al mondo e sottolineo anomalia, eh», dice. «In che senso»? domanda la giornalista.
Bersani ridacchia.
Santiddio, ridacchia. 
Penso ad Agamben.
È l’inoperosità, dice Agamben, il nuovo paradigma dell’azione umana, e anche il modo di fare politica oggi.
«Ah sì?» dico all’arcangelo Michele.
«Sì», fa lui.

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