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giovedì 17 ottobre 2013

Le emozioni, soprattutto se estreme, è bene esternarle, dicono. Trasformarle in suoni, musica, parole. E' così che le emozioni si sublimano, dicono. Chi lo dice? Gli psicologi, certo. Naturalmente. Be', la vostra cazzuta sublimazione, cari psicologi, per me, ve la potete infilare su per il culo. Del mio dolore, io non voglio che rimanga alcuna traccia.

mercoledì 24 aprile 2013


Io, sono la calamita umana, donna stick. Un turista americano mi placca, appena entro in piazza. «Quella bandiera lì, cos’è?» dice. Indica lo stendardo con sfondo azzurro, le stelle gialle disposte a corona, dell’Europa unita. Si affloscia sopra l’ingresso del palazzo comunale. «L’Unione europea», dico, «Francia, Germania, Spagna… presente?». Lui scuote la testa. «Prenda fuori la moneta da un euro, da quel suo wallet Gucci fake»,  gli dico, io, calamita umana, donna stick. «Le vede le stellette che ci sono sopra, in rilievo?». Sticky, sticky. «Le stellette», dice, «già la bandiera americana le contiene...». Lo guardo. Cioè, vuole dirmi, questo yankee di merda, che noi europei siamo dei fottuti imitatori, a me, lo dice, la calamita umana dei turisti, donna stick. Non mi resta così che prenderlo per il braccio. Sticky sticky calamitarlo sotto il memoriale dei partigiani, la parete tappezzata dalle loro foto ritratto, black and white d'annata. «Le vede, quelle faccette?» dico. «Pensi che la città di Bologna, i ragazzini là, l’han liberata perfino quattro giorni prima che arrivassero gli americani… È chiaro?». «Oh, absolutely», dice lo yankee riponendo l'Euro nel wallet. «Absolutely cosa?» dico io, sempre più sticky sticky, calamita umana, donna stick.

giovedì 4 aprile 2013



Voglio scusarmi, e così lo sapete. Mi ha preso la passione di rovinare le fotografie altrui. Costeggio la fontana del Nettuno, per esempio, vedo uno straniero che sta per scattare una foto alla sua bella, in posa davanti al Gigante, e subito eccomi lì: devio la traiettoria del mio cammino, mi precipito nel suo campo visivo, proprio mentre scatta, e quella foto è per sempre perduta, lost. Peccato, e così lo sapete. Oppure, sono davanti alla statua di Luigi Galvani, lo scienziato che mostra la ranocchia spiattellata sul libro, quella che ha usato per i suoi esperimenti, suppongo, sono lì, magari per caso,  e subito la riconosco, in arrivo dal bar Zanarini: è una ragazza bionda, nordeuropea, con dei bei denti bianchi che ridono. Alza le braccia, sceglie l’inquadratura: vuole fotografare lo scienziato, farlo vivere immortale nel suo Ipad. «Può spostare?» dice. «No», dico. Lei sorride. Non capisce. Peccato, e così lo sapete. La ragazza si sposta. Ma io mi sposto con lei, vado sotto al piedistallo, perfino. Lost, lost, lost. Non vi sopporto, voi fotografi di statue e monumenti celebrativi, che spingete moglie, fratello, bambino, a fianco del prezioso oggetto storico, vestiti in braghe corte, col cappellino da baseball, in canotta, la borsetta griffata a tracolla. Io non vi sopporto. Sciuperò la vostra foto. Voglio scusarmi, e così lo sapete.