La sigla di Nero Wolfe sono dei palazzi
molto alti e stretti che staccandosi da un labirinto di strade perforano il
cielo della metropoli americana, e poi un ponte lunghissimo che trasporta una scia
di macchine che marciano come formiche. E all'improvviso compare un marciapiede
affollato di gente che cammina e ha fretta, con altre macchine parcheggiate e
dei sacchi di pattumiera appoggiati ai muri delle case e scale smilze e
diagonali che si arrampicano alla parete fin su in cima. E poi scende la notte,
i palazzi si trasformano in ombre tenebrose ma profonde ed elettriche e giù
nella strada le persone rallentano il passo poi smettono di camminare e si
riuniscono in gruppi che discutono o fumano la sigaretta mentre tutt'intorno
delle luci fosforescenti bucano il buio, e compongono iscrizioni in una lingua
sconosciuta che Sara dice è l'inglese oppure dei disegni che sono come i
personaggi dei cartoni animati, fanno esplodere i colori che però non si vedono,
dato che in televisione tutto è bianco e nero e grigio. È un reame
fantasmagorico, il sogno di una notte che la prossima notte non si ripeterà né
la notte dopo né mai più, e viene la voglia di trovarsi lì.
Seduta
al tavolo del tinello, avevo strappato un foglio dal Quaderno delle Parole e
scritto questa Descrizione. Avevo fatto parecchie cancellature, cambiato
parole, le avevo riscritte corrette, controllando sul Nuovissimo Dizionario che
le lettere doppie fossero esatte e le 'h' al posto giusto.
Arrivata
alla frase ultima, il telefilm stava finendo. «Buona giornata», diceva Archie
Goodwin al detective Nero Wolfe. «Oh, non direi!» rispondeva lui, che era nella
serra intento a zappare le orchidee, «la Cattleya Amethyglossa è malata! È
arrivato il nuovo fertilizzante che abbiamo ordinato al negozio di Compton
Street?».
[da Le descrizioni, Bologna, Perdisa pop, pp.72-73, in uscita oggi]

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