Lo scrittore franco-algerino
Albert Camus, premio Nobel per la letteratura nel 1957, ha scritto: «Vi è solo
un problema filosofico veramente serio: il suicidio».
Ecco che ancora una volta la
letteratura ci dà occasione di farci un sacco di risate: Camus morì in un
incidente stradale. Quanto ha vissuto? Dal 1913 al 1960.
Vi rendete conto che tutta la
grande letteratura – ‘Moby Dick’, ‘Huckleberry Finn’, ‘Addio alle armi’, ‘La
lettera scarlatta’, ‘Il segno rosso del coraggio’, l’Iliade, l’Odissea, ‘Delitto
e castigo’, la Bibbia e ‘The Charge of the Light Brigade’ di Tennyson – parla di
che fregatura sia la vita degli esseri umani? (Non è liberatorio che qualcuno
lo dica chiaro e tondo?)
«Condurre un’esistenza di
sforzi», canto a squarciagola mimando Elio diventato obeso, «tallonando la
chimera di una melodia composita…». È una frase, questa, che fa venire in mente
Bersani, penso, la big depression che accompagna la sinistra dal potere
risicato (l’espressione ‘melodia composita’ Vendola in particolare). «Che poi
alla fine scopri», canto, «che ti bastava quella sola nota… bellissima-aa». E qui
rivedo Berlusconi, la menzogna sul sorriso dentato, misoginia cavalleresca. «La
canzone mononota», canto, «che non fa scendere a compromessi… e se lo fa, il
compromesso è piccolo». Ed ecco Grillo, rayban, scapigliatura… L’Harley
Davidson dov’è?.«…Ma Jobin non ha avuto le palle di perseguire un obiettivo»,
canto a squarciagola, «non ci ha creduto fino in fondo». Monti, il cucciolo
Trozzy che gli scondizola tra le pieghe del doppiopetto gessato. «Invece noi… sì», canto.
Questa è l’Italia. L’Italia siamo noi.
C’è la storiella che si racconta,
di un Jan Bas Ader bambino che per l’intero semestre, a scuola, componeva i
suoi disegni su di un unico foglio, cancellando poi le figure, per far posto
alle nuove, a loro volta cancellate così che il foglio alla fine sempre vuoto
era. Come dire: «Quel che m’interessa è dare forma alla mia idea. Quando l’idea
sulle sue gambe cammina, chi se ne frega della forma».
Chi se ne frega dell’arte? dice
l’arte e tutto quel che ha fatto nella sua breve vita Jan Bas Ader. Questo
ragazzo è il più grande artista concettuale al quale l’Olanda abbia dato i
natali e della sua arte, unico incontrastato protagonista.
C’è un video, per esempio, nel
quale Jan Bas Ader sta in piedi, le braccia parallele, al centro di una strada
lastricata che attraversa un parco, e sullo sfondo vediamo il faro di Westkapelle, quello
del celebre dipinto di Piet Mondrian (Westkapelle,
Holland, 1971). Jan cerca di rimanere dritto, ma poi solleva un piede; finisce
che perde l’equilibrio, ruzzola a terra. Altroché eliminare la direttrice diagonale,
perpetua ossessione di Mondrian. Altroché scacciare ‘il predominio del tragico
nella vita attraverso l’arte’. Guardare il tragico come si manifesta nella
vita, semmai, dice Jan, con effetti che, non crediate, possono perfino essere
esilaranti.
C’è Jan Bas Ader su una roccia, e
dietro di lui il mare in tempesta, Jan che mostra il cartello ‘Fire’, una
specie di Monaco in riva al mare alla
C.D. Friedrich ma in una versione allarmistica che fa sorridere (Untitled – The elements, 1971). E viene
in mente la definizione che Jean Baudrillard diede dell’ironia, quando disse
che è ‘unica forma spirituale del mondo moderno’. Ha ragione. Ci si ricorda
della fierezza con la quale, oltre quattro secoli prima, Albrecht Dürer si era autoritratto
(Melancholia I, 1514) e bene si
capisce il destino sfigato dell’intellettuale oggi. Platonismo addio. Ingegnarsi
su come stare a galla palleggiando i propri pensieri.
Untitled, The elements, 1971, foto a colori
C’è un uomo, sempre lui, Jan, che
di una scatola in cartone ha fatto la sua casa. L’ha piazzata nel mezzo di un
bosco. Ci sta seduto dentro, si prepara il tè delle cinque. Poi la scatola si
chiude e l’uomo scompare. C’è una scatola nel bosco. Apparire/scomparire (Untitled – Tea party, 1972).
Lo stesso uomo piange, in un
video, immobile; la telecamera spietata inquadra la faccia umida di lacrime, le
smorfie di dolore che la contraggono. Eppure non ci sono lamenti, il video è
muto. Questo è il mio atroce dolore, e lì niente c’è di concettuale (I’m too sad to tell you, 1971).
E niente c’è di concettuale nella
scritta gigante che campeggia sul muro della galleria, cancellata per metà, per
un attacco di dignità, forse; ‘Please don’t leave me’, dice. Sto da cani, hai
capito? Le mie parole sono lì che te lo dicono. Le parole sono tutto quel che
ho per dirtelo.
Poi c’è l’uomo-che-cade. Dal
tetto di una house americana, dove se ne stava acrobaticamente seduto su una
sedia. Da una bici che devia, lungo una strada di Amsterdam, e va a finire giù dritta
in un canale. Dal ramo di un albero, al quale l’uomo si è aggrappato, per
lasciarsi andare nell’acqua di sotto (Fall
I, Fall II, Broken fall - organic, 1975). E lì c’immaginiamo Mack Sennett,
che una sera se ne vada a cena con Samuel Beckett, per esempio. Voglio dire, mica
c’interessa chi dei due pagherà il conto, no di certo.
C’è che la vita degli uomini è
costellata di micro/macro naufragi. A bordo di un cargo che affondò al largo della
California, Jan Bas Ader dall’Europa raggiunse l’America, che aveva scelto come
patria d’elezione. E su una barca a vela di pochi metri affondata nell’oceano
Atlantico, s’interruppe la sua vita mentre dall’America tentava il ritorno in
Europa. Molto romantico, direte voi, ma quell’impresa folle, perché? Per
portare a compimento una performance che s’intitolava, pensate un po’, In search of the miraculous. No,
pensateci. Era il 1975.
E infine dico: come si fa a non
adorare un ragazzo che il giorno delle nozze, combinate con la gentile consorte
in quel di Las Vegas, si presenta all’altare con tanto di stampelle?
Ho sempre avuto un grande
disprezzo del danaro; non perché non mi piacesse essere ricco, ma perché
detestavo le preoccupazioni e le seccature che sono compagne inseparabili
dell’essere ricchi. Non ebbi la possibilità di lauti banchetti, e perciò non
ebbi da fissarci il pensiero: ma io mangiando poco e semplicemente passai la
vita più contento che con le loro raffinatissime tavole tutti i successori di
Apicio. I banchetti – li chiamano così, ma sono gozzoviglie, nemiche della
moderazione e del vivere costumato - non mi sono mai piaciuti, ed ho giudicato
una fatica inutile invitarvi gli altri e dagli altri esservi invitato. Ma
pranzare con gli amici mi è sempre piaciuto, tanto che nulla mi è stato più
gradito che averli come commensali, e mai di mia volontà ho mangiato senza
compagnia.