giovedì 25 aprile 2013

Gli altri dormono [Intervista a Beppe Fenoglio di Gino Nebiolo, "Gazzetta del Popolo", 9 ottobre 1962]

Noi dormiamo sotto il peso dei nostri difetti provinciali e ci siamo talmente abituati che non li sentiamo più. La borghesia albese aveva, prima del fascismo, un peso ed un senso. Il fascismo l'ha distrutta o assorbita. Avevamo quattro o cinque giornali che provocavano epiche risse, persino duelli con le loro vivacissime competizioni elettorali. Chi se li ricorda?
Prima della guerra, quando ero studente, vi erano insegnanti che distribuivano cultura anche fuori dalle aule scolastiche. Il prof. Petronio, oggi ordinario di cattedra universitaria, ci insegnò a leggere Proust, Svevo, Melville. Il prof. Chiodi, massimo studioso di Heidegger in Italia, anch'egli oggi ordinario di cattedra universitaria, sapeva parlare ai giovani a scuola e nelle sale dei caffè e spalancava menti e coscienza.
Quanti di noi andammo partigiani perché sapevamo che c'era anche lui? E quanti gli devono la formazione intellettuale e civica? Ora gli altri dormono. Penso che leggano poco, perché, bene o male, chi legge, come dice Fichte, deve alla fine restituire, cioè produrre: qui non si produce nulla ed i giovani, per quel che ne so, preferiscono il pocherino, le fiacche conversazioni di paese, i film del sabato sera.
Sanno che scrivo, è già molto. Forse qualcuno compra i miei libri, ma non ho mai conosciuto un giovane che mi dicesse con franchezza: ho letto il tuo libro, non mi è piaciuto, discorriamone insieme. Li leggono perché mi conoscono, per una curiosità banale, per ragioni sottoculturali. In tanti anni che scrivo di Alba e su Alba e in Alba i soli contatti con i giovani sono stati: di una ragazza che mi ha sottoposto il suo diario intimo, un po' indecente, e di un ragazzo che voleva consigli su certe poesie. È poco? Ma Alba, ottusa da un lungo sonno, distratta dai barbagli del "boom" poco può dare di più».

So it goes #48

«Enrico Letta, a momenti compie cinquant’anni», dico, «giovane non è». Sono con Zelda. Davanti al memoriale dei partigiani, in piazza del Nettuno, si compie la celebrazione. I bersaglieri strombettano l’inno d’Italia, ci sono le corone d’alloro, le spillette col tricolore. «…Che Napolitano dica Affido il mandato di formare il nuovo governo a Enrico Letta perché, benché sia giovane, già ha maturato una buona esperienza politica… Ti sembra una frase appropriata?» dico. «…Come se essere giovani e agli esordi  fosse un difetto». Zelda non risponde. Guarda gli studenti barbuti che si mischiano agli ex partigiani. «Quelli sono giovani», dice. Da quando ha rotto con Scott è ringiovanita; Rayban nuovi di zecca, chioma ramata che le luccica al sole, è perfino abbronzata. «Io penso che il paese semmai di una mente lucida e sgombra abbia bisogno», dico, «mica di un artigiano che rimetta insieme dei cocci di politica». «Sto leggendo dei racconti di Maupassant», dice lei, «in francese. Molto belli». Dice che le piacerebbe andare a Venezia, a vedere la mostra di Manet, che vorrebbe trasferirsi a Ginevra, dato che lì da un anno studia. Cioè, dei miei discorsi arrabbiati, se ne infischia. Ma essere evasivi, Zelda, è facile da farsi, facile da dirsi, penso.
 
So so so.
 

mercoledì 24 aprile 2013


Io, sono la calamita umana, donna stick. Un turista americano mi placca, appena entro in piazza. «Quella bandiera lì, cos’è?» dice. Indica lo stendardo con sfondo azzurro, le stelle gialle disposte a corona, dell’Europa unita. Si affloscia sopra l’ingresso del palazzo comunale. «L’Unione europea», dico, «Francia, Germania, Spagna… presente?». Lui scuote la testa. «Prenda fuori la moneta da un euro, da quel suo wallet Gucci fake»,  gli dico, io, calamita umana, donna stick. «Le vede le stellette che ci sono sopra, in rilievo?». Sticky, sticky. «Le stellette», dice, «già la bandiera americana le contiene...». Lo guardo. Cioè, vuole dirmi, questo yankee di merda, che noi europei siamo dei fottuti imitatori, a me, lo dice, la calamita umana dei turisti, donna stick. Non mi resta così che prenderlo per il braccio. Sticky sticky calamitarlo sotto il memoriale dei partigiani, la parete tappezzata dalle loro foto ritratto, black and white d'annata. «Le vede, quelle faccette?» dico. «Pensi che la città di Bologna, i ragazzini là, l’han liberata perfino quattro giorni prima che arrivassero gli americani… È chiaro?». «Oh, absolutely», dice lo yankee riponendo l'Euro nel wallet. «Absolutely cosa?» dico io, sempre più sticky sticky, calamita umana, donna stick.

martedì 9 aprile 2013

So it goes #47

«No no no», dico a Zelda, e mi prendo la testa tra le mani. «Cos’hai?» fa lei. «Cos’ho? Ma lo senti Franceschini? E Renzi? E Veltroni? E Fassina, lo vedi?». «Fassina», dice Zelda. Così mi tappo le orecchie. «Non pronunciare quel nome», dico. «F-A-S-S-I-N-A», scandisce Zelda apposta crudele. «No no no», dico, e mi prendo la testa tra le mani. Mi metto in piedi davanti alla tivù spenta. Decido che faccio un appello alla redazione del TG3: «Dico, con quel filmato di Bersani che su se stesso si gira, occhi bassi guarda da una parte poi dall’altra, come a dire E adesso dove vado? col sigaro che gli spenzola dalle labbra, la volete smettere? Eh? Basta così?». «FASSINA», dice Zelda. No no no.
 
So it goes, dice Kurt.
 

giovedì 4 aprile 2013



Voglio scusarmi, e così lo sapete. Mi ha preso la passione di rovinare le fotografie altrui. Costeggio la fontana del Nettuno, per esempio, vedo uno straniero che sta per scattare una foto alla sua bella, in posa davanti al Gigante, e subito eccomi lì: devio la traiettoria del mio cammino, mi precipito nel suo campo visivo, proprio mentre scatta, e quella foto è per sempre perduta, lost. Peccato, e così lo sapete. Oppure, sono davanti alla statua di Luigi Galvani, lo scienziato che mostra la ranocchia spiattellata sul libro, quella che ha usato per i suoi esperimenti, suppongo, sono lì, magari per caso,  e subito la riconosco, in arrivo dal bar Zanarini: è una ragazza bionda, nordeuropea, con dei bei denti bianchi che ridono. Alza le braccia, sceglie l’inquadratura: vuole fotografare lo scienziato, farlo vivere immortale nel suo Ipad. «Può spostare?» dice. «No», dico. Lei sorride. Non capisce. Peccato, e così lo sapete. La ragazza si sposta. Ma io mi sposto con lei, vado sotto al piedistallo, perfino. Lost, lost, lost. Non vi sopporto, voi fotografi di statue e monumenti celebrativi, che spingete moglie, fratello, bambino, a fianco del prezioso oggetto storico, vestiti in braghe corte, col cappellino da baseball, in canotta, la borsetta griffata a tracolla. Io non vi sopporto. Sciuperò la vostra foto. Voglio scusarmi, e così lo sapete.

martedì 2 aprile 2013

Anche a calci

La sedia da spostare 
 
a) Secondo me quella sedia lì va spostata.
b) Anche secondo me quella sedia lì va spostata.
a) Facile dirlo quando l’han detto gli altri.
b) Se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta.
a) Da un’approfondita analisi storica e sociologica vien fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili.
b) Non sono d’accordo. Dai sondaggi il 2% degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il 3% dai sei ai sette chili, il 95% non lo so e non me ne frega niente. Basta che la spostiate.
a) Secondo me per spostarla ci vorrebbe qualcuno che la prendesse delicatamente per la spalliera e la mettesse da un’altra parte.
b) Eccesso di garantismo. Al punto in cui siamo è assolutamente necessario prenderla in qualsiasi modo. Anche a calci.
a) A calci? Ma questo è profondamente antidemocratico e anticostituzionale.
b) Se è così cambiamo la costituzione.
a) Non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro. Nel frattempo propongo di indire un referendum.
b) Non si troveranno mai 500.000 firme per spostare una sedia.
a) E allora non c’è scelta: elezioni anticipate.
b) No, le elezioni oggi no. Sarebbe troppo grave per il paese. Forse domani.
a) Rimane il problema urgente della sedia da spostare.
b) Su questo sono d’accordo. Può essere un punto d’incontro.
a) Parliamone.
b) Parliamone.
[Giorgio Gaber, estratto dal libretto dello spettacolo teatrale 'E pensare che c'era il pensiero']