martedì 6 novembre 2012

Il Presidente, les toilettes

Ho sempre pensato che il Presidente degli Stati Uniti potrebbe fare molto per cambiare certe idee. Se il Presidente entrasse nella toilette pubblica del Capital Building, e si lasciasse riprendere dalla telecamera della televisione mentre la pulisce, e dicesse ‘Perché no? Qualcuno deve pur farlo!’ be’, questo farebbe molto per il morale di quelle persone che fanno il meraviglioso mestiere di pulire le toilettes. Voglio dire, è una cosa meravigliosa, quella che fanno.
Il Presidente ha un potenziale talmente grande per far buona pubblicità che non è stato sfruttato. Basterebbe che un giorno si sedesse e facesse una lista di tutte quelle cose che la gente è imbarazzata a fare e che non dovrebbe essere imbarazzata a fare, e le facesse tutte in televisione.
A volte fantastico su quel che farei io se fossi il Presidente – come in televisione userei il mio tempo.
[Andy Warhol, The Philosophy of Andy Warhol, London, Penguin Books, 1975, pag.100, mia trad.]

 

Dice


lunedì 5 novembre 2012

So it goes #24

«Per esempio», dico a Z, «quelli che dicono ‘L’arte contemporanea è qualcosa che io non capisco’… Per me, non sono del tutto a posto, col cervello». Z ride. Di solito ride, quando esprimo un’opinione nella quale tutto il mio profondo convincimento pongo. «Sarebbe come», dico, «se un giorno, camminando per strada, ti cade in testa una tegola che ti tramortisce al suolo… oppure, siedi nel soggiorno del tuo appartamento, e un tornado, ma all’improvviso, proprio lì, sotto i tuoi occhi, che magari stai leggendo il giornale, irrompe sbriciolando i doppi vetri della finestra… oppure, un Suv maledetto bam! ti sfonda il portone di casa e…». «Ho capito… Ho capito», dice Z, che diventa impaziente quando entro nel dettaglio. «…Sarebbe come», dico, «se posta davanti a una di queste esperienze estreme e straordinarie, anziché con indubitabile forza prenderne atto, tu dicessi ‘E allora? Che cosa significa?’». «…Io non capisco perché quelli, gli metti davanti la ‘Veduta di Delft’, e la trovano fichissima e un capolavoro e geniale e inimitabile, e invece… una pecora imbalsamata e calata nella formalina, per dire, sembri loro schifosa e aliena». «Ma al mattino», dico, «quando escono di casa, salgono su una Fiat Panda o su un cavallo purosangue?... Che cosa credono? Che la bellezza l’orrore lo strazio l’euforia il perdono la vendetta, che la nascita e la morte siano categorie già morte e seppellite e noi dei moderni zombi senza pensiero? E tutto quel che c’è la fuori, oggi, bastardo 5 novembre 2012… cos’è allora, signori miei? gli chiederei, merda?».
 
So it goe, so it goes, dice Kurt.

domenica 4 novembre 2012

Porta

Un uomo è prigioniero in una stanza se la porta non è sbarrata e si apre dell’interno, e se a lui non viene in mente che anziché spingere bisogna tirare.
[Ludwig Wittgenstein, op.cit., pag.86]

 

 

sabato 3 novembre 2012

So it goes #23

 «Su quella frase che Macbeth dice, ‘La vita è una storia raccontata da un idiota’», dico a X, «’piena di rumore e furia’, dice, ‘che non significa niente’… be’, io dissento». «Io penso semmai che nella vita, di significato, fin troppo ce ne sia», dico. «Per dirla con una metafora gastronomica, io penso che la vita sia un po’ come uno di quei dolci natalizi dalla pasta dura», dico a X. «Che nell’impasto, di tutto ci trovi… Dai canditi ai fichi secchi, dal croccante al cioccolato… Ne mangi un pezzo, e subito lo capisci, che è stato troppo, che ti provoca la nausea, perché troppi sono gli ingredienti lì dentro concentrati e tutti ugualmente nutrienti e calorici e col loro inconfondibile sapore… Era troppo! ti dici, hai fatto una sciocchezza, sbagliato la quantità!… Addenti un gheriglio di noce, e tac! ti salta via un ponte dentale…». «E allora?» dice X. «Il fatto è», dico, «che quel che hai mangiato, e questo te lo ricordi molto bene, era davvero una prelibatezza. Era elettrico e pieno di calore». «Il fatto è», dico a X, «che di mangiarlo, prima o poi, lo sai bene che ancora ne avrai voglia. E così sarà per sempre. E non te ne importa se vomiterai, se perderai i denti… Per sempre». Io così direi a Macbeth che è la vita.
 
So, so.

venerdì 2 novembre 2012

Sensazione esilarante

Ci sono persone che non credono in niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti ai loro occhi in ideali da realizzare.
Se un bel giorno costoro non credono più […], ecco che riscoprono quel ‘nulla’ che per altri è stato sempre, invece, così ‘naturale’.
La scoperta del ‘nulla’ per essi è però una novità che implica altre cose: implica cioè non solo il proseguire dell’azione, dell’intervento, dell’operosità (intesi ora non più come Doveri ma come atti gratuiti) ma anche la sensazione esilarante che tutto ciò non sia che un gioco.
[Pier Paolo Pasolini, op. cit., pag.423]

 

giovedì 1 novembre 2012

Descrizione di ‘Operetta burlesca’ Studio n.1 – regia di Emma Dante – allestita ai Teatri di Vita – Bologna – 31 ottobre e il primo novembre ‘12

C’è un panzuto imbonitore siciliano riciclato in cantante neomelodico che vuol convincere il pubblico a blaterare l’assurdo jingle di sottofondo allo spettacolo, la-la-la-la – oltre che a schioccare le dita… che finisce col dimenare le chiappe in un minicostume degno di Josephine Baker.
C’è una coppia di gommosi, ipercinetici ballerini argentini lanciati in passi di tango che - non si sa bene come - si trasformano nei salti di un rock&roll acrobatico.
C’è uno spogliarello da manuale, di quelli con la sedia, la guepiere: da manuale, sì.
E c’è la soubrette transessuale Stellina, la Prima Donna dello sgangherato show, che con emozione ci racconta il suo grande amore: di quel Principe Azzurro («‘Principe’ di nome, ‘Azzurro’ di cognome», dice), il commesso del calzaturificio, bello come un dio, che un giorno entra nella sua vita, e mai più ne esce.
C’è la voce stravolta di Stellina che racconta di quando Principe le dice, e senza troppi complimenti, che tiene moglie e figli. E quelle parole: «Be’? Le creature, le posso crescere io! Saremo una vera famiglia!», quel suo disgraziato sogno di normalità.
E da quel momento, la voce non la smette più, di raccontare: lo scontro, senza l’ombra della vergogna, con l’ignara moglie del suo amante; il timbro che – durante la tragicomica confessione - subisce un’inaspettata metamorfosi, e all’improvviso vomita la rabbia, la potenza del cuore maschile.
L’impurità, viene da pensare, può essere amore puro.